
Ai medici di famiglia piace la dipendenza. Lo rivela un sondaggio svolto da Dottnet nei giorni scorsi al quale hanno partecipato 703 medici di famiglia. Il 52% dei votanti è convinto che passare alla dipendenza significa avere maggiori tutele e più garanzie, il 42% invece preferisce rimanere mello status di libero professionista mentre solo il 6% ipotizza la dipendenza solo in casi particolari. Un sondaggio che, in pratica, smentirebbe le battaglie che da tempo portano avanti i sindacati e le organizzazioni di categoria affinché lo spettro della dipendenza non colpisca anche una categoria, quella dei medici di medicina generale, che finora è vissuta nel limbo della libera professione.
D'altra parte a volere la categoria alle dipendenze dell'Ssn sono in prima fila le Regioni, come ha fatto sapere nei giorni scorsi il Minsitro Schillaci: "Senza entrare nel merito della tipologia del contratto, anche se per molti presidenti di Regione i medici di medicina generale dovrebbero diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ritengo indispensabile che i medici di base lavorino un determinato numero di ore assicurando quel lavoro all'interno delle Case di comunità", Intanto i 40mila medici di base italiani sono pronti a dedicare ai servizi per i cittadini nelle Case di Comunità venti milioni di ore l’anno: grazie alla nuova convenzione, che per molti aspetti diventa operativa nel 2025, attivando per i medici di medicina generale, il ruolo unico.
Insomma la professione e il ruolo del medico di famiglia è alla vigilia di un cambiamento "quasi" epocale, come di fatto ha sancito il ministro Orazio Schillaci che ha spiegato: “La soluzione sta nel lavoro in team, all'interno delle Case di comunità e nella necessità di ripensare questa professione che deve essere al passo con i tempi e con i cambiamenti”, La bozza di riforma è già alla valutazione tecnica e l’obiettivo è quello di rivedere tutto il percorso di accesso alla medicina generale, compresa la formazione specialistica post laurea che diventerà di rango universitario e che invece al momento è regionale. Tra un anno e mezzo, intanto, secondo i piani, apriranno 1.420 Case di comunità, perno della Sanità territoriale. Rimangono comunque delle incognite sul progetto e c’è il rischio - l’ha confermato Schillaci stesso - che le nuove strutture diventino delle “cattedrali nel deserto”. Lo confermerebbero i numeri: secondo l'ultimo monitoraggio dell'Agenas, aggiornato a giugno 2024, di Case di comunità fino ad ora ne sono state realizzate 413, concentrate in 11 Regioni. Il monitoraggio mostra che il problema maggiore è presenza ancora molto limitata di personale medico: in 120 Case di comunità delle 413 attive non è prevista neanche l'attività di medici di assistenza primaria e in 137 non ci sono pediatri. Soltanto in 175 Case di comunità la presenza di medici è prevista tra 50 e 60 ore a settimana e in 141 è garantita anche quella dei pediatri



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