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Sondaggio Dottnet, ai medici di famiglia piace la dipendenza. Arriva il ruolo unico con la continuità assistenziale

Medicina Generale Redazione DottNet | 11/01/2025 09:00

I 40mila medici di base italiani sono pronti a dedicare ai servizi per i cittadini nelle Case di Comunità venti milioni di ore l’anno: grazie alla nuova convenzione

 Ai medici di famiglia piace la dipendenza. Lo rivela un sondaggio svolto da Dottnet nei giorni scorsi al quale hanno partecipato 703 medici di famiglia. Il 52% dei votanti è convinto che passare alla dipendenza significa avere maggiori tutele e più garanzie, il 42% invece preferisce rimanere mello status di libero professionista mentre solo il 6% ipotizza la dipendenza solo in casi particolari. Un sondaggio che, in pratica, smentirebbe le battaglie che da tempo portano avanti i sindacati e le organizzazioni di categoria affinché lo spettro della dipendenza non colpisca anche una categoria, quella dei medici di medicina generale, che finora è vissuta nel limbo della libera professione.

D'altra parte a volere la categoria alle dipendenze dell'Ssn sono in prima fila le Regioni, come ha fatto sapere nei giorni scorsi il Minsitro Schillaci: "Senza entrare nel merito della tipologia del contratto, anche se per molti presidenti di Regione i medici di medicina generale dovrebbero diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ritengo indispensabile che i medici di base lavorino un determinato numero di ore assicurando quel lavoro all'interno delle Case di comunità", Intanto i 40mila medici di base italiani sono pronti a dedicare ai servizi per i cittadini nelle Case di Comunità venti milioni di ore l’anno: grazie alla nuova convenzione, che per molti aspetti diventa operativa nel 2025, attivando per i medici di medicina generale, il ruolo unico.

Cosa significa? Che non c’è più differenza, ad esempio, tra medici di famiglia e medici di continuità assistenziale. Ogni medico di medicina generale deve mettere a disposizione della Asl 38 ore settimanali, tra attività oraria e attività a ciclo di scelta, con progressiva riduzione dell’attività oraria rispetto all’aumento degli assistiti, sino al massimale di 1500 pazienti. Quindi già oggi, semplicemente applicando l’accordo collettivo nazionale, i medici di medicina generale hanno un monte ore che potrebbero svolgere nelle case di comunità.

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Insomma la professione e il ruolo del medico di famiglia è alla vigilia di un cambiamento "quasi" epocale, come di fatto ha sancito il ministro Orazio Schillaci che ha spiegato: “La soluzione sta nel lavoro in team, all'interno delle Case di comunità e nella necessità di ripensare questa professione che deve essere al passo con i tempi e con i cambiamenti”, La bozza di riforma è già alla valutazione tecnica e l’obiettivo è quello di rivedere tutto il percorso di accesso alla medicina generale, compresa la formazione specialistica post laurea che diventerà di rango universitario e che invece al momento è regionale. Tra un anno e mezzo, intanto, secondo i piani, apriranno 1.420 Case di comunità, perno della Sanità territoriale. Rimangono comunque delle incognite sul progetto e c’è il rischio - l’ha confermato Schillaci stesso - che le nuove strutture diventino delle “cattedrali nel deserto”. Lo confermerebbero i numeri:  secondo l'ultimo monitoraggio dell'Agenas, aggiornato a giugno 2024, di Case di comunità fino ad ora ne sono state realizzate 413, concentrate in 11 Regioni. Il monitoraggio mostra che il problema maggiore è presenza ancora molto limitata di personale medico: in 120 Case di comunità delle 413 attive non è prevista neanche l'attività di medici di assistenza primaria e in 137 non ci sono pediatri. Soltanto in 175 Case di comunità la presenza di medici è prevista tra 50 e 60 ore a settimana e in 141 è garantita anche quella dei pediatri

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