
Dal semestre filtro ai servizi territoriali, il rischio di un fai-da-te istituzionale
Il piano straordinario varato dall’Università di Firenze per sostenere gli studenti rimasti fuori dalla graduatoria nazionale di Medicina e Odontoiatria racconta gli effetti di una governance frammentata, in cui l’assenza di una regia nazionale forte spinge le istituzioni locali a costruire soluzioni autonome, non prive di una loro logica nel breve periodo, ma disomogenee e difficili da armonizzare nel medio-lungo termine.
L’iniziativa fiorentina nasce dai malumori generalizzati generati dal cosiddetto "semestre filtro", ovvero un meccanismo di selezione che, pur presentato come superamento della logica dei test di ingresso, continua a produrre incertezze e percorsi di recupero non uniformi.
Soluzioni locali a problemi nazionali
Se dal punto di vista degli studenti il piano rappresenta un supporto concreto, dal punto di vista del sistema, si pone una questione di non poco conto: quanto è sostenibile una gestione che di fatto viene, in seconda battuta, affidata alla capacità organizzativa dei singoli Atenei?
In assenza di un quadro nazionale strutturato per accompagnare il semestre filtro, ogni università è posta nella condizione di porre rimedi che dipendono dalle risorse, dalle possibilità organizzative e da quanto è possibile ampliare l’offerta formativa. Il risultato è un mosaico di risposte diverse a un problema identico, con il rischio di creare disuguaglianze territoriali.
Un modello che si ripete anche in sanità
Questo schema non riguarda solo l’università. È lo stesso meccanismo che si osserva da anni nel Servizio sanitario nazionale. Quando le politiche di prevenzione, la medicina territoriale o la gestione delle cronicità non sono accompagnate da indirizzi nazionali chiari e finanziamenti coerenti, le Regioni si muovono in ordine sparso. Nascono modelli virtuosi accanto a sistemi in affanno, con differenze nell’accesso ai servizi, nella qualità delle risposte e nei tempi di presa in carico.
Educazione e sanità condividono una caratteristica cruciale: sono settori ad alta sensibilità sociale, in cui la frammentazione non è solo un problema organizzativo, ma diventa rapidamente un problema di equità.
E, in questo caso, educazione e sanità coincidono. Perché parliamo del percorso educativo mirato alla formazione medica.
Il rischio del "fai-da-te istituzionale"
Il piano dell’Università di Firenze mostra un lato persino meritorio del fai-da-te istituzionale: responsabilità, attenzione agli studenti, capacità di adattamento. Ma allo stesso tempo produce uno strappo che squarcia il velo della fragilità strutturale in termini di governance. Replicare le buone pratiche può essere possibile le criticità possono essere affrontate solo se ci sono risorse e visione.
Nel caso del semestre filtro, come in quello della sanità territoriale, il rischio è che l’eccezione diventi la regola e che l’intervento straordinario sostituisca progressivamente la programmazione ordinaria.
Una questione di governance, non di merito
Il punto, dunque, non è valutare se l’iniziativa fiorentina sia giusta o sbagliata. Il punto è cercare di capire perché sia necessaria. Quando università e sistemi sanitari sono costretti a colmare lacune normative e organizzative con soluzioni autonome, significa che il livello centrale non sta esercitando pienamente il proprio ruolo di indirizzo.
In settori strategici come educazione e sanità, la regionalizzazione senza coordinamento rischia di trasformarsi in una somma di risposte locali a problemi nazionali. E, alla lunga, questo approccio non rafforza il sistema: lo rende più fragile, più diseguale e ancora più difficile da governare.
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