
La crisi di personale e governance nel SSN spinge gli italiani verso il privato per aggirare le liste d’attesa: il rischio è uno slittamento da modello universalistico a sistema sanitario di serie B.
Negli ultimi anni il Servizio sanitario nazionale sta mostrando segnali sempre più evidenti di crisi strutturale. La difficoltà nel garantire un turnover efficace dei medici e la progressiva riduzione dei ruoli apicali generano un effetto diretto sull’accesso alle cure. È in questo contesto che va letto il crescente ricorso degli italiani alla sanità privata, sempre meno scelta "complementare" e sempre più necessità sostitutiva.
Liste d’attesa e fuga dal pubblico: i dati Nomisma
Secondo l’indagine Nomisma per l’Osservatorio Sanità di UniSalute, il 30% degli italiani dichiara di essersi rivolto nell’ultimo anno più che in passato alla sanità privata, mentre solo il 18% afferma di aver gestito visite legate a una malattia prevalentemente attraverso il sistema pubblico. Il dato più rilevante riguarda le liste d’attesa: per il 78% del campione il SSN non risponde ai propri bisogni principalmente a causa dei tempi di attesa, giudicati peggiorati rispetto a 2–3 anni fa dal 71% degli intervistati.
Il confronto tra pubblico e privato è netto. Nel SSN, il 43% dei cittadini ha atteso almeno tre mesi per una prestazione e il 18% addirittura sei mesi. Nel privato, invece, il 59% dichiara di aver ottenuto la prestazione in pochi giorni. È questa forbice temporale che spesso determina la scelta di uscire dal perimetro pubblico.
La crisi a monte: meno medici e meno governance
Questi dati non rappresentano una semplice preferenza dei cittadini per il privato. Come mostrano le analisi precedenti, il SSN fatica a sostituire i medici che escono per pensionamento e, allo stesso tempo, perde progressivamente capacità di governo clinico. In dieci anni sono state eliminate migliaia di direzioni di struttura complessa e semplice, riducendo la presenza di figure responsabili dell’organizzazione dei reparti, della programmazione dell’attività e della gestione delle risorse.
Il risultato è un sistema più fragile, meno coordinato e meno reattivo. Quando mancano professionisti e leadership clinica, il primo indicatore a peggiorare non è la qualità delle cure, ma la capacità di erogarle in tempi compatibili con i bisogni di salute.
Qualità percepita in crescita, ma accesso sempre più selettivo
Un elemento che è solo apparentemente contraddittorio dell’indagine Nomisma è il miglioramento della percezione della qualità dell’assistenza pubblica. Il 54% degli italiani si dichiara soddisfatto delle cure ricevute e il 39% considera la sanità pubblica italiana tra le migliori al mondo. Questo dato suggerisce che il problema non è tanto la competenza clinica, quanto l’accessibilità.
In altri termini, il SSN continua a curare bene chi riesce ad accedervi, ma fatica sempre più a garantire un accesso equo e tempestivo. È un passaggio cruciale: quando la qualità resta alta ma l’accesso si restringe, il rischio è la trasformazione silenziosa del sistema.
Il privato come risorsa o come scorciatoia obbligata
La logica conseguenza è che il 63% degli intervistati vede con favore una maggiore integrazione della sanità privata per ridurre le liste d’attesa, mentre il 59% indica telemedicina e soluzioni tecnologiche come strumenti utili ad alleggerire la pressione sul pubblico. Il ricorso al privato viene percepito sempre più come una via di fuga per evitare di rimanere incastratti un sistema in sofferenza.
C’è però una questione di politica sanitaria ineludibile: se il privato diventa la risposta strutturale alle inefficienze del pubblico, il SSN rischia di perdere progressivamente la sua vocazione universalistica. Non più garante dell’accesso alle cure per tutti, ma erogatore residuale, destinato a chi non può permettersi alternative. E altrettanto destinato a perdere in attrattività per i professionisti del settore.
Il rischio di un SSN di "serie B"
Lo scenario è riassumibile in maniera lineare: alla crisi di personale e governance segue l’allungamento delle attese. Da qui la fuga verso il privato e - a questa - il realizzarsi di un sistema sanitario in cui la qualità resta elevata, ma con un diseguale diritto di accesso alle cure. E così viene eroso uno dei pilastri fondativi del SSN: l’universalità.
Il vero rischio non è la crescita del privato in sé, ma che questa crescita avvenga per sottrazione, anziché per integrazione. Senza un rafforzamento strutturale del pubblico il confine tra integrazione e sostituzione rischia di diventare sempre più sottile. Fino a snaturare per sempre un modello che ha pochi eguali al mondo e che ha garantito pari accesso al diritto alla salute a milioni di italiani.
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