
La FIMMG interviene su una prassi che, ben oltre i confini locali, continua a generare frizioni all’interno del Servizio sanitario nazionale e ricadute dirette sui pazienti: il rifiuto, da parte di alcuni medici ospedalieri e specialisti ambulatoriali, di rilasciare le ricette al termine delle visite o delle prestazioni effettuate.
In una nota diffusa dalla sezione di Reggio Calabria, la Federazione dei medici di medicina generale definisce questo comportamento non solo scorretto sul piano professionale, ma "profondamente ingiusto" nei confronti dei cittadini, in particolare di quelli affetti da patologie croniche o gravi, costretti a un doppio passaggio assistenziale per ottenere prescrizioni che dovrebbero essere contestuali alla decisione clinica.
Una questione che va oltre l’organizzazione
Il tema non è nuovo e non riguarda singole realtà territoriali. Da tempo i medici di famiglia segnalano come il mancato rilascio delle ricette da parte di chi effettua la visita specialistica produca un carico improprio sulla medicina generale, trasformando il MMG in un mero "certificatore" di decisioni cliniche assunte da altri.
La FIMMG ribadisce un principio di fondo: la responsabilità professionale non si esaurisce nella formulazione della diagnosi o nell’indicazione terapeutica, ma include anche gli atti amministrativi e prescrittivi che ne conseguono. Separare artificiosamente decisione clinica e prescrizione significa scaricare responsabilità e oneri burocratici su altri professionisti e, soprattutto, sui pazienti.
Il richiamo esplicito al profilo giuridico
Il passaggio più rilevante della presa di posizione riguarda però il piano legale. Secondo la FIMMG, il rifiuto immotivato di rilasciare una ricetta può configurare il reato di omissione di atti d’ufficio, con tutte le conseguenze giuridiche che ne derivano. Un richiamo che segna un cambio di passo nel linguaggio sindacale: non una minaccia, sottolinea la Federazione, ma un richiamo al rispetto delle norme che regolano il funzionamento del servizio pubblico.
È un messaggio rivolto sia ai professionisti sia alle direzioni sanitarie, chiamate a chiarire procedure e responsabilità per evitare zone grigie che finiscono per penalizzare l’utenza e alimentare conflitti interni tra livelli dell’assistenza.
Una frizione strutturale del SSN
La vicenda mette in luce una frizione strutturale del Servizio sanitario nazionale, acuita dall’aumento della domanda di prestazioni, dalla carenza di personale e dalla crescente pressione burocratica. In questo contesto, l’atto prescrittivo diventa terreno di scarico delle inefficienze organizzative.
La posizione della FIMMG punta a riportare la questione su un terreno chiaro: chi assume una decisione clinica deve completarla con gli atti conseguenti. In caso contrario, il rischio non è solo un disagio organizzativo, ma una violazione dei diritti del paziente e, potenzialmente, delle norme che regolano l’esercizio della professione nel servizio pubblico.




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