
Le bronchiectasie sono una patologia respiratoria cronica frequente ma spesso diagnosticata tardi. E per cui permangono difficoltà di gestione clinica, bisogni insoddisfatti e burden di malattia.
Le bronchiectasie non associate alla fibrosi cistica rappresentano una malattia respiratoria cronica, progressiva e ad alto impatto clinico, ancora poco riconosciuta sia sul piano diagnostico sia su quello della presa in carico. Nonostante siano la terza patologia cronica delle vie aeree dopo asma e BPCO, continuano a essere considerate una condizione marginale. Ma le conseguenze di ciò sono rilevanti tanto prognosi quanto qualità di vita dei pazienti.
Il tema è stato l’argomento del media tutorial "Alla scoperta delle bronchiectasie: burden, gestione clinica, opzioni terapeutiche di oggi e di domani", promosso da Insmed, che ha riunito un panel di esperti per fare il punto sull’impatto clinico e sociale della patologia.
Una malattia frequente ma diagnosticata in ritardo
Le bronchiectasie si caratterizzano per una dilatazione irreversibile delle vie aeree, con accumulo di muco, infezioni ricorrenti e infiammazione cronica. Situazioni che alimentano un circolo vizioso di danno polmonare progressivo. A livello globale si stimano circa 680 casi ogni 100.000 abitanti, con una prevalenza più elevata nel sesso femminile. In Italia la prevalenza è stimata attorno a 130 casi ogni 100.000.
Uno dei nodi centrali resta il ritardo diagnostico, che può superare anche i dieci anni dall’esordio dei sintomi. "Le bronchiectasie rappresentano oggi una patologia respiratoria cronica molto più frequente di quanto si sia ritenuto per anni, anche nel nostro Paese. Uno dei principali problemi resta il ritardo diagnostico, con tempi che possono superare i 5–7 anni", ha spiegato Stefano Aliberti, professore ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio presso Humanitas University e direttore dell’UO di Pneumologia dell’IRCCS Humanitas di Rozzano.
Secondo Aliberti, il ritardo espone i pazienti a diagnosi errate e quindi a trattamenti inappropriati, favorendo la progressione del danno strutturale polmonare.
Burden clinico e impatto sulla qualità di vita
Il carico della malattia è rilevante: tosse cronica, produzione persistente di espettorato, dispnea e infezioni respiratorie ricorrenti condizionano profondamente la vita quotidiana dei pazienti, limitandone la capacità lavorativa e le relazioni sociali.
Un elemento critico è poi rappresentato dalle riacutizzazioni, episodi imprevedibili di peggioramento clinico, dovute allo stato infiammatorio costante e alla vulnerabilità del tessuto polmonare, che richiedono modifiche terapeutiche e che possono durare anche diverse settimane. Questi eventi sono associati a un aumento del rischio di ospedalizzazione, a un peggioramento della qualità di vita e a un incremento della mortalità.
La gestione clinica e il ruolo del team multidisciplinare
La complessità delle bronchiectasie rende necessaria una presa in carico strutturata e continuativa. "Le bronchiectasie determinano un carico clinico rilevante, fatto di tosse ed espettorazione cronica, infezioni ricorrenti e frequenti riacutizzazioni", ha sottolineato ancora Aliberti. "In questo contesto, il ruolo del team multidisciplinare dedicato è centrale, perché consente di superare la frammentazione delle cure e garantire una presa in carico personalizzata".
Accanto alla terapia farmacologica, risultano fondamentali la fisioterapia respiratoria, il monitoraggio clinico e il supporto psicologico, ambiti che tuttavia non sempre sono accessibili in modo uniforme sul territorio.
Antibiotici e resistenze: un equilibrio difficile
Il trattamento delle bronchiectasie si basa in larga parte sull’uso ripetuto e prolungato di antibiotici per il controllo delle infezioni. Questo approccio, se da un lato è praticamente inevitabile, dall’altro contribuisce alla selezione di ceppi batterici resistenti.
"La resistenza agli antibiotici non è un fenomeno episodico, ma il risultato di un processo strutturato, in cui infezione cronica, infiammazione persistente e utilizzo ripetuto di antimicrobici si alimentano reciprocamente", ha spiegato Francesco Blasi, professore ordinario di Malattie Respiratorie all’Università degli Studi di Milano e direttore della Pneumologia del Policlinico di Milano.
Secondo Blasi, le terapie attualmente disponibili mirano soprattutto a contenere i sintomi e a ridurre le riacutizzazioni, ma presentano limiti legati alla resistenza antibiotica, agli effetti collaterali e alla sostenibilità nel lungo periodo.
Oltre il controllo dei sintomi: nuove prospettive di ricerca
La ricerca clinica sta progressivamente si sta quindi spostando verso approcci più mirati, basati su fenotipi ed endotipi di malattia, sull’analisi del microbioma e sull’identificazione di biomarcatori predittivi di riacutizzazione.
"Questo cambiamento di paradigma potrebbe rappresentare un passo rilevante per ridurre la progressione della malattia e limitare il ricorso ripetuto agli antibiotici nel lungo termine", ha concluso Blasi, sottolineando come l’obiettivo sia rendere il percorso di cura più sostenibile e migliorare qualità e aspettativa di vita dei pazienti.
Una priorità di salute pubblica ancora da riconoscere
In Italia, le bronchiectasie non FC non sono ancora considerate una priorità di salute pubblica. Questa scarsa visibilità si riflette nella formazione medica, nella pratica clinica e nelle politiche sanitarie, favorendo sottodiagnosi e ritardi terapeutici.
Il riconoscimento della patologia come malattia respiratoria cronica rilevante, l’adozione sistematica di linee guida basate sulle evidenze e un migliore coordinamento dei percorsi di cura rappresentano passaggi cruciali per colmare un vuoto assistenziale che oggi pesa in modo significativo sui pazienti.
Nel frattempo avanza la ricerca
Tuttavia vale la pena sottolineare come siano ormai prossime nuove opzioni terapeutiche specifiche per la patologia. I risultati positivi dello studio di fase III Aspen hanno infatti portato all’approvazione di brensocatib per il trattamento delle bronchiectasie non associate a fibrosi cistica da parte della Food and Drug Administration (FDA) nell’agosto 2025 e successivamente dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) nel novembre 2025. Si tratta di una molecola in grado di bloccare un enzima responsabile della infiammazione neutrofila, uno dei meccanismi di innesco della malattia.
Si tratta di un passaggio che segna un’evoluzione significativa nel panorama terapeutico della patologia, pur senza modificare nell’immediato l’assetto della pratica clinica nei diversi sistemi sanitari, dove l’accesso ai nuovi trattamenti resta legato ai percorsi nazionali di valutazione e rimborsabilità.
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