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Rientro post-maternità, il nodo organizzativo che penalizza le infermiere

Professione Redazione DottNet | 03/02/2026 12:09

Dati internazionali e carenza di personale rendono fragile la conciliazione lavoro-famiglia nel SSN, mentre l’industria farmaceutica avanza sulla parità di genere

Il rientro al lavoro dopo la maternità rappresenta per molte infermiere una fase critica del percorso professionale. Le tutele normative esistono, ma la loro applicazione concreta è fortemente condizionata dall’organizzazione dei servizi e dalla disponibilità di personale, oggi sotto pressione in ampie aree del Servizio sanitario nazionale.

Secondo una revisione internazionale pubblicata su BMC Nursing nel 2024, il periodo di rientro dopo il congedo di maternità è associato a un aumento del conflitto lavoro-famiglia, a difficoltà nella gestione dei turni e a un maggiore rischio di riduzione dell’orario o di abbandono della professione.

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Evidenze analoghe emergono da uno studio apparso su Women’s Studies International Forum, che documenta come, dopo la maternità, una quota significativa di infermiere incontri ostacoli concreti nella conciliazione tra responsabilità familiari e lavoro assistenziale ad alta intensità.

Tutele formali e fragilità reali nei reparti sotto organico

Nel contesto italiano, la criticità non riguarda l’assenza di diritti, ma la loro sostenibilità organizzativa. Le infermiere madri possono contare su strumenti di tutela specifici, dall’esonero dai turni notturni all’allattamento, ma questi diritti si innestano su reparti che, soprattutto nelle aree di emergenza-urgenza, terapia intensiva e rianimazione, registrano carenze di personale stimate tra il 20 e il 30%.

Analisi sindacali e stime coerenti con i dati europei indicano che circa il 40% delle infermiere segnala difficoltà concrete al rientro post-maternità, in particolare nella gestione dei turni. Un quadro che riflette un problema strutturale più ampio, legato alla mancata sostituzione delle assenze e a una programmazione del personale spesso insufficiente.

Dopo la maternità, quando finiscono le tutele restano i carichi

Le difficoltà non si esauriscono con la fine del periodo protetto. Oltre il 65% delle infermiere con figli in età scolare riferisce problemi persistenti nella gestione di notti, festivi e turni prolungati, una volta cessate le tutele specifiche. In un settore in cui le donne rappresentano circa il 75% della forza lavoro, la pressione organizzativa tende a concentrarsi soprattutto su di loro.

Questo elemento è rilevante anche in una prospettiva di retention del personale: la maternità, in assenza di meccanismi strutturati di sostituzione e flessibilità, rischia di trasformarsi in un fattore di uscita anticipata dalla professione o di ridimensionamento forzato dell’impegno lavorativo.

Il confronto europeo: la maternità come variabile strutturale

Nel confronto con altri Paesi europei, il divario appare netto. L’Italia conta circa 6,3 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media UE superiore a 8. In sistemi come quelli di Germania, Belgio, Olanda e dei Paesi nordici, alle tutele di maternità si affiancano modelli organizzativi che prevedono sostituzioni automatiche e una programmazione del personale capace di assorbire le assenze senza scaricarne il peso sui reparti.

Secondo analisi della European Federation of Public Service Unions (EPSU) e di Eurofound, la capacità di garantire continuità assistenziale dopo i congedi di maternità dipende in larga misura dalla disponibilità di organici adeguati e da politiche di pianificazione della forza lavoro nel medio-lungo periodo.

Sanità pubblica e industria farmaceutica: due modelli a confronto

Il tema assume particolare rilievo se messo in relazione con quanto sta avvenendo in altri segmenti del sistema salute. In diverse aziende farmaceutiche, come mostrano certificazioni recenti sulla parità di genere, la conciliazione vita-lavoro e la tutela della maternità sono sempre più integrate nei modelli organizzativi, anche come leva di competitività e attrattività del lavoro qualificato.

Il confronto non è sovrapponibile, ma evidenzia due lati della stessa medaglia: da un lato una sanità pubblica che fatica a rendere strutturale la gestione della maternità in contesti ad alta intensità assistenziale. Dall’altro un settore industriale che, pur con logiche diverse, investe su politiche di genere come parte della sostenibilità organizzativa.

In questo senso, la penalizzazione della gravidanza non è solo una questione di diritti individuali, ma un indicatore della capacità del sistema sanitario di programmare il proprio capitale umano. Un nodo che incide direttamente sulla qualità dell’assistenza, sulla tenuta dei servizi e sulla possibilità di trattenere professioniste esperte in un momento di crescente carenza di personale.

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