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Fibromialgia, individuata una chiave biologica del dolore

Reumatologia Lucia Oggianu | 12/05/2026 10:02

Passi avanti nella comprensione della sindrome dimostrano che “il dolore non è solo nella testa dei pazienti, troppe volte etichettati come affetti da disturbi psicologici”. Ma diagnosi e trattamenti restano criticità aperte

Un dolore invisibile che riguarda milioni di persone

In Italia, la fibromialgia resta a rappresentare una sfida clinica e sociale di grande rilievo. Si stima che coinvolga fino a 1,9 milioni di persone, ma solo circa un terzo riceve una diagnosi formale. Una "zona grigia" fatta di sintomi invalidanti, percorsi diagnostici complessi e accesso limitato alle cure, che torna al centro dell’attenzione anche in occasione della Giornata mondiale dedicata alla patologia.

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È una sindrome cronica caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, spesso associato ad affaticamento, disturbi del sonno e difficoltà cognitive. Colpisce soprattutto le donne tra i 25 e i 55 anni e rappresenta una delle condizioni reumatologiche più diffuse, con una prevalenza stimata tra il 2% e il 3% della popolazione.

La neuroinfiammazione apre nuove prospettive

Negli ultimi anni, la ricerca ha iniziato a chiarire alcuni dei meccanismi biologici alla base della patologia, superando l’idea che si tratti di una condizione esclusivamente "psicosomatica".

"Come recentemente pubblicato sulla rivista International Journal of Molecular Sciences ci sono numerose evidenze a supporto dell'attivazione microgliale nella fibromialgia ed in altre forme di dolore nociplastico - spiega Flaminia Coluzzi, del Dipartimento di Scienze Medico-Chirurgiche e Medicina Traslazionale dell’Università Sapienza di Roma -. Oggi alcune tecniche di neuroimaging, applicabili alla ricerca, ma ancora non alla pratica clinica, aprono la speranza a nuove possibilità diagnostiche per la patologia, che consentano di acquisire evidenze documentabili".

Al centro di questa ipotesi c’è la microglia, cellule immunitarie del sistema nervoso centrale. Quando queste cellule restano attivate a lungo, possono sostenere una risposta infiammatoria persistente, contribuendo allo sviluppo e al mantenimento del dolore cronico. "Un dato che finalmente prova come il dolore non sia solo nella testa dei pazienti, troppe volte etichettati come affetti da disturbi puramente psicologici", aggiunge Coluzzi.

Diagnosi in ritardo e accesso ancora limitato alle cure

Nonostante i progressi nella comprensione dei meccanismi biologici, il percorso del paziente resta complesso. I dati di IQVIA Italia evidenziano una forte dispersione: a fronte di una prevalenza stimata del 3,1%, solo il 33% dei pazienti è diagnosticato, pari a circa 600 mila persone. Tra questi, appena il 34% riceve un trattamento farmacologico. Numeri che riflettono una difficoltà strutturale nel riconoscimento della sindrome nei percorsi assistenziali e una conseguente disomogeneità nell’accesso alle terapie. La fibromialgia, infatti, non dispone ancora di farmaci specificamente approvati in Europa. In Italia, l’unica indicazione ufficiale riguarda un miorilassante a base di ciclobenzaprina, recentemente autorizzato e non rimborsato dal Servizio sanitario nazionale.

Terapie disponibili tra farmaci e approccio multidisciplinare

In assenza di una cura risolutiva, la gestione della malattia si basa su un approccio sintomatico e integrato. "Nel gestire un paziente, occorre tener presente che non esiste attualmente una cura o un trattamento sintomatico che abbia una superiorità indiscussa rispetto ad altri - sottolinea Coluzzi -. I farmaci maggiormente utilizzati sono gli antidepressivi, i gabapentinoidi, gli ansiolitici ed i miorilassanti".

Tra le strategie farmacologiche più diffuse figurano antidepressivi come la duloxetina, antiepilettici come il pregabalin e, in alcuni casi, oppioidi. A queste si affiancano integratori e nuove combinazioni terapeutiche. "Nello stesso tempo - prosegue Coluzzi - confermano i risultati clinici già noti che dimostrano come l’associazione della palmitoiletanolamide ultramicronizzata ad altre terapie standard possa migliorare significativamente la qualità dell’analgesia".

Accanto ai farmaci, un ruolo centrale è svolto dalle terapie non farmacologiche. L’attività fisica regolare è considerata il trattamento di base più efficace per ridurre dolore e rigidità muscolare, accompagnata da fisioterapia, tecniche di rilassamento e supporto psicologico. Le linee guida indicano infatti un modello basato su quattro pilastri: educazione del paziente, esercizio fisico, terapia farmacologica e supporto psicologico.

Riconoscimento istituzionale e sfide future

Uno dei nodi principali resta il pieno riconoscimento della patologia all’interno del sistema sanitario. Le associazioni dei pazienti chiedono da tempo l’inserimento nei Livelli essenziali di assistenza (LEA) e la definizione di un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale (PDTA) nazionale. Un primo passo è stato compiuto nel 2022 con fondi dedicati e il parere favorevole della Commissione LEA, ma l’attuazione è ancora incompleta. Parallelamente, la Società Italiana di Reumatologia ha avviato il Registro Italiano della Fibromialgia, con l’obiettivo di rafforzare le conoscenze epidemiologiche e migliorare la gestione clinica.

Verso terapie sempre più mirate

La prospettiva futura punta a una maggiore personalizzazione degli interventi, a partire da una migliore classificazione delle diverse forme della malattia. "La sfida sarà distinguere le diverse forme di patologia per sviluppare terapie sempre più mirate. Solo identificando chiaramente i meccanismi che ne sono alla base sarà possibile identificare trattamenti target", conclude Coluzzi. Il riconoscimento del ruolo della neuroinfiammazione rappresenta oggi un passo avanti non solo per comprendere meglio la sindrome, ma anche per restituire ai pazienti la legittimità di una condizione per troppo tempo sottovalutata.

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