
Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale richiama il rischio di “20 sistemi diversi” sul suicidio medicalmente assistito. Intanto il confronto parlamentare resta difficile e le Regioni iniziano a costruire modelli organizzativi differenti
Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale richiama il rischio di “20 sistemi diversi” sul suicidio medicalmente assistito. Intanto il confronto parlamentare resta difficile e le Regioni iniziano a costruire modelli organizzativi differenti
Il rischio, sempre più concreto, è quello di un fine vita "a geografia variabile". Mentre il Parlamento continua a discutere senza riuscire ancora a trovare una sintesi politica condivisa sul suicidio medicalmente assistito, le Regioni stanno progressivamente iniziando a muoversi in autonomia, costruendo procedure, delibere e modelli organizzativi differenti.
È dentro questo scenario che si inserisce l’intervento di Michele de Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, che ha richiamato il rischio di una frammentazione territoriale su un tema che tocca direttamente diritti, organizzazione sanitaria e ruolo del Servizio sanitario nazionale.
"Noi siamo un’unica Repubblica, siamo un unico Paese, non possiamo accettare che 20 regioni mettano in campo 20 sistemi di regole diverse", ha affermato de Pascale a margine dell’inaugurazione del primo Ospedale di Comunità di Bologna. Una presa di posizione che sposta il dibattito dal solo piano etico a quello istituzionale e organizzativo.
La difficoltà del Parlamento e il vuoto normativo
Il punto richiamato dal presidente emiliano-romagnolo riguarda infatti soprattutto il ritardo del legislatore nazionale. Dopo le sentenze della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo, la possibilità di accesso al suicidio medicalmente assistito esiste entro condizioni precise, ma manca ancora una legge nazionale capace di definire procedure uniformi, tempi, responsabilità e ruolo del sistema sanitario pubblico.
Ed è proprio questo vuoto che sta progressivamente spingendo le Regioni a intervenire sul piano organizzativo. Toscana e Sardegna hanno già approvato atti normativi o procedure strutturate. Altre Regioni stanno discutendo proposte analoghe o iniziative consiliari, mentre il confronto parlamentare procede lentamente tra profonde divisioni politiche e culturali.
"La responsabilità di non arrivare a una legge nazionale è totalmente sulle spalle di questa maggioranza parlamentare", ha dichiarato de Pascale, sottolineando come la Corte costituzionale abbia demandato proprio alla politica il compito di definire il quadro normativo generale.
Il rischio di disuguaglianze territoriali
La questione posta dal presidente dell’Emilia-Romagna riguarda però soprattutto le conseguenze pratiche di questa situazione. Perché in assenza di una cornice nazionale chiara, il rischio è che l’accesso concreto al fine vita dipenda sempre di più dal territorio di residenza, dalla sensibilità delle singole amministrazioni regionali e dalla capacità organizzativa delle aziende sanitarie.
Una prospettiva che apre interrogativi molto delicati anche sul piano dell’equità del Servizio sanitario nazionale. "Non si può essere contro l’autonomia differenziata e poi chiedere il fine vita differenziato", ha osservato de Pascale.
Il tema, infatti, non riguarda soltanto il riconoscimento di un diritto individuale, ma anche la possibilità che si creino percorsi profondamente diversi tra una Regione e l’altra, con tempi, procedure e livelli di accesso non uniformi. Il rischio implicito è quello di una progressiva "migrazione sanitaria" anche su questo terreno, con cittadini costretti a spostarsi verso i territori più organizzati o più aperti sul piano regolatorio.
Il ruolo del Servizio sanitario pubblico
Dentro il confronto resta aperta anche un’altra questione: il ruolo del Servizio sanitario nazionale nell’eventuale attuazione del suicidio medicalmente assistito. De Pascale ha difeso apertamente l’idea di un coinvolgimento diretto del sistema pubblico, definendo "aberrante" l’ipotesi di delegare esclusivamente al privato la gestione del percorso.
"Noi possiamo solo stabilire una procedura organizzativa", ha spiegato il presidente della Regione Emilia-Romagna. "Non decidiamo il se, il quando, il come. Facciamo sì che quanto disciplinato da una legge nazionale venga concretamente attuato nelle aziende sanitarie". Una distinzione importante, che prova a collocare il ruolo delle Regioni sul piano dell’organizzazione sanitaria più che su quello della definizione etica e giuridica del diritto.
Una questione destinata a crescere
Il confronto sul fine vita sembra quindi destinato ad allargarsi ben oltre il tradizionale scontro ideologico tra favorevoli e contrari. Perché il problema che sta emergendo riguarda sempre di più la tenuta stessa di un sistema sanitario nazionale chiamato a garantire uniformità di accesso su questioni estremamente sensibili.
E più il Parlamento rallenta, più aumentano le probabilità che siano le Regioni a riempire progressivamente il vuoto normativo con soluzioni differenti. Con il rischio di trasformare uno dei temi più delicati della bioetica contemporanea in un nuovo terreno di disuguaglianza territoriale.
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