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Violenza di genere, dai disturbi gastrointestinali all’insonnia: i medici di famiglia imparano a riconoscere i segnali nascosti

Salute della donna

Dolori addominali ricorrenti, cefalee persistenti, insonnia, ansia o disturbi depressivi possono essere molto più di semplici sintomi clinici. In alcuni casi rappresentano manifestazioni indirette di una violenza subita, spesso taciuta o difficilmente verbalizzata dalle pazienti. Da questa consapevolezza nasce il nuovo programma formativo promosso dalla Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), presentato a Firenze presso la Scuola di Alta Formazione SIMG.

Il corso FAD, intitolato “I disturbi gastrointestinali come red flag nella violenza di genere”, punta a rafforzare il ruolo del medico di famiglia nell’identificazione precoce dei segnali clinici e relazionali associati alla violenza domestica e di genere.

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Secondo la SIMG, il medico di medicina generale occupa una posizione privilegiata per intercettare situazioni di fragilità spesso sommerse grazie alla continuità assistenziale, alla relazione fiduciaria costruita nel tempo e alla conoscenza del contesto familiare e sociale del paziente.

“Molte donne si rivolgono al medico senza parlare esplicitamente della violenza subita”, spiega Ignazio Grattagliano, vicepresidente SIMG. “Sintomi gastrointestinali, insonnia, dolori cronici o disturbi ansioso-depressivi possono rappresentare campanelli d’allarme di una sofferenza più profonda”.

Il progetto nasce anche per colmare una carenza formativa ancora presente nella medicina territoriale: l’assenza di percorsi strutturati dedicati alla gestione clinica e relazionale del sospetto di violenza.

Oltre ai sintomi fisici, il corso insegna a riconoscere le cosiddette “red flags” comportamentali e sociali: isolamento progressivo, frequenti assenze lavorative, partner eccessivamente controllanti durante le visite, lesioni con spiegazioni poco convincenti o richieste ripetute di consulti medici senza cause organiche evidenti.

L’obiettivo non è trasformare il medico di famiglia in uno specialista della presa in carico psicologica o giudiziaria, ma fornire strumenti concreti per favorire un ascolto protetto, non giudicante e orientato alla sicurezza della paziente.

Il programma formativo si basa su un approccio trauma-informed e prevede strumenti pratici per la valutazione del rischio, modalità comunicative adeguate e percorsi di invio verso i servizi territoriali e la rete antiviolenza.

Molti casi rischiano di essere trattati esclusivamente sul piano sintomatico”, sottolinea Francesca Guerra, responsabile scientifico del corso. “Per questo servono competenze specifiche che aiutino il medico a leggere il disagio nella sua complessità”.

Per la SIMG, la violenza di genere deve essere considerata anche un problema sanitario, oltre che sociale e giudiziario. Sintomi ricorrenti e accessi frequenti agli ambulatori possono infatti rappresentare manifestazioni croniche di una sofferenza invisibile.

“La medicina generale conosce la persona nel tempo, il suo ambiente familiare e il contesto di vita”, osserva Claudio Cricelli, presidente emerito SIMG. “Dietro un sintomo apparentemente comune può nascondersi una condizione di vulnerabilità che il medico deve imparare a riconoscere”.

Il progetto è stato realizzato con il supporto non condizionante di Malesci e coinvolge anche professionisti della rete antiviolenza, tra cui il Centro Artemisia di Firenze.

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