
Uno studio italiano pubblicato sulla rivista internazionale Healthcare ha valutato l’impatto dello stress cronico sulle madri lavoratrici, utilizzando un approccio multidisciplinare che integra parametri cardiaci, cognitivi e metabolici, analizzando gli effetti del protocollo multimodale “e-Motion” su donne sane sottoposte ai comuni carichi della vita quotidiana, tra lavoro, famiglia e gestione mentale costante.
Lo studio si ispira al paradigma neuroscientifico dell’“embodied mind”, secondo cui cervello, emozioni, movimento corporeo e stato fisiologico costituiscono un sistema integrato. In questa prospettiva, lo stress cronico non avrebbe solo ripercussioni psicologiche, ma genererebbe modificazioni tangibili anche a livello neurofisiologico e metabolico, confermando l’importanza di approcci completi per comprendere l’interazione tra mente e corpo.
Il progetto è stato ideato da Andrea Chellini, fondatore di Behaviour & Movement, insieme al biologo nutrizionista Simone Schinco e coordinato dal neuroscienziato Marco Iosa della Sapienza Università di Roma e della Fondazione Santa Lucia IRCCS, con il contributo del fisiatra Giovanni Morone e della psicologa ricercatrice Claudia Salera.
Lo studio ha coinvolto 33 donne lavoratrici e madri monitorate per sei settimane tramite un modello definito “embodimetrico”, basato sull’analisi integrata di variabili cardiache, motorie e cognitive. Le partecipanti sono state sottoposte a valutazioni della variabilità della frequenza cardiaca, memoria, attenzione, mobilità e composizione del tessuto adiposo superficiale (SAT).
Il protocollo e-Motion prevedeva attività semplici da inserire nella routine quotidiana: respirazione nasale, esercizi posturali, movimento leggero, stimolazione cognitiva, alimentazione gluten free, integrazione con magnesio bisglicinato e momenti di contatto affettivo come l’abbraccio, monitorati tramite app dedicata.
Secondo i risultati pubblicati, le donne che hanno seguito il programma hanno mostrato un miglioramento della variabilità cardiaca, indicatore della capacità dell’organismo di adattarsi e recuperare dagli stimoli stressanti. Ma l’aspetto ritenuto più innovativo riguarda il SAT, considerato un possibile biomarcatore dei processi di adattamento allo stress cronico.
Dopo sei settimane, la quota di partecipanti con valori SAT considerati fisiologici è salita dal 47,1% all’82,4%, mentre nel gruppo di controllo non sono stati registrati cambiamenti rilevanti. Gli autori propongono inoltre un primo valore soglia di riferimento per il SAT nei soggetti sani, fissato a 1,3 centimetri, che dovrà essere validato da ulteriori studi clinici.
Per i ricercatori, i dati ottenuti rappresentano un passo avanti verso una valutazione più scientifica delle connessioni tra stress cronico, metabolismo, sistema nervoso e qualità della vita.




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