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Ricerca oltre i turni: due giovani italiani premiati all’Asco

Tra corsie e laboratorio, Michela Bartolini e Paolo Ciracì portano negli Usa studi che potrebbero cambiare la cura dei tumori
Ricerca

Lavorano in ospedale a contatto quotidiano con i pazienti, ma è nel laboratorio che cercano le risposte per il futuro dell’oncologia. E spesso lo fanno nei ritagli di tempo, dopo i turni o nei weekend. Michela Bartolini e Paolo Ciracì, entrambi poco più che trentenni, sono tra i vincitori del prestigioso Conquer Cancer Foundation Merit Award assegnato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più importante appuntamento mondiale nel campo dell’oncologia. "È ciò che può fare la differenza per migliaia di malati", spiegano, sintetizzando il senso profondo del loro impegno.

Il riconoscimento internazionale al congresso Asco

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I due ricercatori italiani figurano tra i 134 premiati provenienti da tutto il mondo. Bartolini, oncologa in formazione all’Humanitas di Milano, e Ciracì, ricercatore all’Università di Pisa, sono stati selezionati per lavori giudicati di "elevato interesse e innovatività" per le possibili ricadute cliniche.

Per Bartolini si tratta del secondo Merit Award consecutivo, a conferma della continuità e qualità della sua attività scientifica. Tra i premiati compare anche una terza italiana, Emanuela Crupi, attualmente in forza all’Università del Texas.

Tra ospedale e laboratorio: la ricerca come vocazione

Il tratto distintivo delle loro storie è la doppia dimensione clinica e scientifica, spesso portata avanti con grande sacrificio personale. "Dopo i turni in ospedale la passione per il laboratorio non si spegne", raccontano, sottolineando come il tempo per studiare e fare ricerca sia "prezioso e non basti mai".

Bartolini, originaria delle Marche, è all’ultimo anno di specializzazione in oncologia medica e rivendica la scelta di restare in Italia: "lavoro in ospedale ma non abbandono il laboratorio e la ricerca. Nel mio futuro conto di rimanere qui".

Lo studio di Bartolini

Il lavoro guidato da Michela Bartolini, sviluppato in collaborazione con la University of Southern California, si concentra sul ruolo del DNA mitocondriale nell’evoluzione del tumore del colon-retto. I risultati mostrano che un’elevata espressione di questo DNA, responsabile della produzione di energia nelle cellule, si associa a una minore risposta all’immunoterapia.

Secondo la ricercatrice, "questi risultati potranno avere in futuro un impatto importante sui malati". L’obiettivo a lungo termine è ambizioso: sviluppare un farmaco in grado di modulare o bloccare questo meccanismo. Tuttavia, lo studio è ancora in una fase iniziale e richiederà ulteriori conferme.

Il progetto di Ciracì

Un approccio innovativo caratterizza anche il lavoro di Paolo Ciracì, primo autore di uno studio condotto insieme a una startup statunitense. L’obiettivo è utilizzare l’intelligenza artificiale per analizzare i vetrini delle biopsie dei pazienti con tumore del colon, identificando caratteristiche invisibili all’occhio umano. "L’IA cattura elementi che non riusciamo a vedere, arrivando a individuare biomarcatori utili per guidare le scelte terapeutiche".

In particolare, il biomarcatore individuato potrebbe distinguere i pazienti che trarrebbero beneficio da una chemioterapia intensiva da quelli per cui sarebbe possibile evitare trattamenti più tossici e "l’obiettivo è arrivare presto a un’applicazione pratica di tali risultati", sottolinea il ricercatore.

Ricerca italiana tra eccellenza e criticità

Nonostante il riconoscimento internazionale, entrambi i ricercatori evidenziano le difficoltà del sistema italiano. "Abbiamo ottimi centri di ricerca, ma la ricerca non è abbastanza incentivata e si fa molta più fatica", osserva Bartolini.

Anche i numeri raccontano una dinamica complessa: nel 2026 i premiati italiani all’ASCO sono diminuiti rispetto all’anno precedente. Un dato che, secondo Rossana Berardi, presidente eletto AIOM, deve far riflettere in quanto "la competizione scientifica internazionale si gioca sempre di più dentro grandi reti globali".

Investire su mobilità e collaborazioni

Le criticità non sono riconducibili a una sola causa, ma includono anche fattori geopolitici e restrizioni alla mobilità internazionale, che possono limitare le opportunità di formazione e networking. Secondo Berardi, la risposta deve essere sistemica: "serve un investimento più forte su mobilità, collaborazioni e sulla capacità dell’Italia e dell’Europa di offrire percorsi di ricerca competitivi".

La passione che fa la differenza

La storia di Bartolini e Ciracì restituisce una fotografia concreta della nuova generazione di oncologi-ricercatori italiani: professionisti che coniugano assistenza e ricerca, spesso oltre gli orari e le risorse disponibili. Una scelta impegnativa, ma guidata da una convinzione chiara, che la ricerca non è un’attività accessoria ma il motore del cambiamento in oncologia.

"È una passione profonda, un’intuizione che può fare la differenza", dice Ciracì. Ed è proprio da questa spinta, quotidiana e spesso invisibile, che possono nascere le innovazioni capaci di incidere davvero sulla vita dei pazienti.

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Commenti
MP
Mariagrazia Pala
Che si è persa una grande opportunità con il pnnr per investire in risorse umane e tecnologiche della ricerca italiana sostenuta solo dalla tenacia e determinazione dei singoli che combattono contro delle logiche ottuse e populiste. Non vedo politici che intendano investire seriamente nella ricerca medico scientifica livello nazionale quindi doppio plauso a queste eccellenze!
Rispondi
04/06/2026 08:16

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