
Sono chiamati incidentalomi surrenalici e sono piccole masse benigne delle ghiandole surrenali, scoperte quasi sempre per caso durante una TAC o un'ecografia fatta per altri motivi. Riguardano tra il 3 e il 7% degli adulti, una quota tutt'altro che trascurabile. Fino a oggi si pensava che, una volta misurata, la produzione di cortisolo da parte di questi tumori restasse stabile nel tempo. Una nuova ricerca internazionale, pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Diabetes & Endocrinology e coordinata da un gruppo dell'Università di Torino, dimostra invece che non è così: il cortisolo può cambiare, e questo influisce sul rischio cardiovascolare, in particolare sull'andamento della pressione arteriosa.
Perché il cortisolo è importante per il cuore
È un ormone essenziale, prodotto dalle ghiandole surrenali, che regola il metabolismo, la pressione del sangue e le difese immunitarie. Quando un tumore surrenalico ne produce in eccesso, anche senza causare i sintomi evidenti della sindrome di Cushing, si parla di MACS (Mild Autonomous Cortisol Secretion, cioè secrezione autonoma lieve di cortisolo). Questa condizione, spesso silente dal punto di vista dei sintomi, può nel tempo favorire ipertensione arteriosa e altri fattori di rischio cardiometabolico, come alterazioni della glicemia e del peso corporeo.
Lo studio
La ricerca ha coinvolto 2.525 pazienti, seguiti per una media di quasi sette anni in 25 centri specialistici di 14 Paesi europei, nell'ambito della rete ENSAT (European Network for the Study of Adrenal Tumours). È il più ampio studio mai realizzato su come si comporta il cortisolo nel tempo in chi ha un tumore surrenalico benigno. Il lavoro porta la prima firma del professor Giuseppe Reimondo, del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell'Università di Torino e della Medicina Interna–Endocrinologia dell'AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano, diretta dal professor Massimo Terzolo, Centro di Eccellenza ENSAT per la diagnosi, la cura e la ricerca sui tumori surrenalici.
Un paziente su cinque cambia profilo ormonale
Durante il periodo di osservazione, nel 22% dei pazienti la produzione di cortisolo è cambiata e la maggior parte di questi cambiamenti è avvenuta entro i primi tre anni dalla diagnosi. Significa che un singolo esame ormonale, fatto una volta sola, non è sufficiente a fotografare la situazione per sempre. Da qui l'indicazione a effettuare controlli periodici anche quando i primi esami risultano rassicuranti.
Chi rischia di più
Lo studio ha individuato con chiarezza il gruppo di pazienti più esposto: quelli in cui l'eccesso di cortisolo persiste nel tempo. In questi pazienti, il rischio di un peggioramento della pressione arteriosa aumenta del 34% rispetto a chi ha valori di cortisolo sempre nella norma. In pratica, in dieci anni questi pazienti convivono in media con circa due anni in più di pressione alta non controllata rispetto agli altri: una differenza che gli specialisti definiscono clinicamente importante, perché la pressione alta è tra i principali fattori di rischio per infarto e ictus.
Il commento
«La pubblicazione su The Lancet Diabetes & Endocrinology, una delle più prestigiose riviste internazionali nell'ambito dell'endocrinologia e del metabolismo, rappresenta un importante riconoscimento per il gruppo della Medicina Interna–Endocrinologia dell'AOU San Luigi Gonzaga e del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell'Università di Torino, Centro di Eccellenza ENSAT per la patologia surrenalica – dichiara il Reimondo, del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell'Università di Torino – Il risultato conferma il ruolo di primo piano del Centro nella ricerca internazionale sui tumori del surrene e testimonia il valore di una collaborazione costruita negli anni all'interno della rete europea ENSAT».
Per i pazienti, la ricaduta pratica è importante: la valutazione ormonale non dovrebbe essere un controllo fatto una volta e basta, ma parte di un percorso di monitoraggio nel tempo. «I risultati indicano che la valutazione endocrinologica dei pazienti con tumori benigni del surrene non dovrebbe essere considerata un evento isolato, ma parte di un percorso dinamico, nel quale il rischio cardiovascolare può essere ridefinito nel tempo» spiega Reimondo. Questo permette di individuare per tempo chi ha bisogno di controlli più frequenti, di una gestione più attenta dei fattori di rischio cardiovascolare — pressione, colesterolo, glicemia, peso — e, nei casi selezionati, di un intervento chirurgico per rimuovere il tumore.
Verso controlli su misura per ogni paziente
I risultati dello studio potranno contribuire ad aggiornare le future linee guida internazionali sulla gestione di questi tumori, con un approccio sempre più personalizzato in base al rischio individuale del singolo paziente. «Si tratta di un passo importante verso una medicina sempre più basata sulla stratificazione del rischio, con l'obiettivo di migliorare gli esiti clinici di una patologia che interessa milioni di persone nel mondo» ha concluso l’esperto.




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