
Uno studio presentato all’ASCO suggerisce un minor declino cognitivo rispetto ad altre terapie
Terapie efficaci, ma con un occhio alla qualità di vita
Quando si affronta un tumore della prostata in fase avanzata, l’obiettivo non è solo controllare la malattia o prolungare la sopravvivenza. Sempre più spesso, pazienti e medici si trovano a valutare anche un altro aspetto cruciale: come vivere meglio durante le cure.
Le terapie ormonali di nuova generazione, come gli inibitori del recettore degli androgeni (ARi), rappresentano oggi uno standard di trattamento. Tuttavia, non tutti i farmaci hanno lo stesso impatto sull’organismo, in particolare sul cervello. Ed è proprio su questo fronte che arrivano nuove evidenze.
Lo studio
Al Congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) 2026, sono stati presentati i risultati di uno studio clinico che ha confrontato direttamente due farmaci: darolutamide ed enzalutamide.
Si tratta di uno studio randomizzato di fase II (ARACOG), che ha coinvolto 111 pazienti con tumore della prostata avanzato. Dopo 24 settimane di trattamento, è emerso un dato rilevante: il declino cognitivo è risultato significativamente inferiore con darolutamide (-15,8%) rispetto a enzalutamide (-36,1%). Un risultato che, per la prima volta, mette a confronto diretto due opzioni terapeutiche proprio sul piano delle funzioni cognitive.
Cosa significa per la vita di tutti i giorni
Le funzioni cognitive non sono un aspetto astratto: riguardano attività quotidiane essenziali, come ricordare informazioni, seguire una conversazione o organizzare pensieri e azioni. Nello studio, le differenze più evidenti tra i due trattamenti sono state osservate in aree chiave come:
Un peggioramento in queste aree può tradursi in difficoltà concrete nella vita di ogni giorno e anche nella capacità di partecipare attivamente alle scelte terapeutiche.
Il punto degli specialisti
"Il cancro alla prostata solo in Italia colpisce ogni anno più di 40mila uomini – sottolinea Orazio Caffo, professore Associato di Oncologia all’Università di Trento –. Nella scelta del trattamento in stadio avanzato i clinici e i pazienti devono tenere sempre più in considerazione non solo la sopravvivenza e il controllo della malattia, ma anche l’impatto sulla vita quotidiana". E aggiunge: "i dati evidenziano chiaramente un minor declino cognitivo con darolutamide rispetto a enzalutamide. La qualità di vita va sempre garantita ed è fondamentale nella gestione della neoplasia".
Perché darolutamide sembra diversa
Non tutte le terapie agiscono allo stesso modo sul cervello. Alcuni farmaci possono attraversare la cosiddetta barriera emato-encefalica, la "protezione" naturale che regola ciò che arriva al sistema nervoso centrale. Darolutamide, per le sue caratteristiche strutturali, ha una minore capacità di raggiungere il cervello rispetto ad altri farmaci simili. Questo potrebbe spiegare il suo impatto più contenuto sulle funzioni cognitive.
"I dati hanno costantemente dimostrato che darolutamide non ha lo stesso effetto sul sistema nervoso centrale degli altri inibitori del recettore degli androgeni", afferma Frank Verholen, Global Medical & Evidence Lead per darolutamide in Bayer.
Quando il trattamento si adatta al paziente
Un altro elemento interessante dello studio riguarda la possibilità di cambiare terapia. I pazienti che mostravano peggioramenti cognitivi o effetti collaterali importanti potevano passare all’altro trattamento. Non a caso, a 24 settimane, tutti i pazienti che hanno cambiato terapia erano inizialmente in trattamento con enzalutamide e sono passati a darolutamide. Un segnale che rafforza l’importanza di personalizzare le cure, soprattutto quando si tratta di terapie a lungo termine.
Uno sguardo al futuro
Il tumore della prostata è una delle neoplasie più diffuse negli uomini a livello globale. E con l’aumento della sopravvivenza, cresce anche l’attenzione verso la qualità della vita durante e dopo le cure. I ricercatori continueranno a seguire i pazienti per valutare nel tempo gli effetti sulle funzioni cognitive e raccogliere ulteriori dati.
Per chi affronta questa malattia, queste evidenze rappresentano un messaggio importante: oggi non conta solo vivere più a lungo, ma anche vivere meglio, mantenendo il più possibile autonomia, lucidità e partecipazione nella propria quotidianità.
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