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Riforma dei medici di famiglia, dopo lo stop emergono le fratture della sanità italiana

Sanità pubblica Giulio Divo | 05/06/2026 15:00

Dalle critiche della Lega alle accuse delle opposizioni, il blocco della riforma Schillaci mette in luce tutte le difficoltà di governo della sanità territoriale.

Le reazioni politiche arrivate nelle ultime ore alla sostanziale archiviazione della riforma della medicina generale raccontano molto più di una semplice battuta d'arresto legislativa. Il progetto sostenuto dal ministro della Salute Orazio Schillaci sembra essersi fermato prima ancora di affrontare il confronto parlamentare, lasciando emergere una serie di tensioni che attraversano da anni il sistema sanitario italiano.

La Lega ha rivendicato di aver espresso "da sempre forti dubbi" sulla riforma, contestandone l'impostazione centrata sul cambio del rapporto contrattuale dei medici di famiglia e sull'obbligo di presenza nelle Case della Comunità.

Dal fronte dell'opposizione, il Partito Democratico ha parlato di un governo "imploso" su un provvedimento costruito all'interno della stessa maggioranza, mentre il Movimento 5 Stelle ha attribuito il fallimento del progetto al prevalere di "veti, resistenze corporative e interessi organizzati".

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Al di là delle inevitabili letture politiche, tutte queste reazioni sembrano convergere su un dato di fatto: la riforma si è fermata in un terreno particolarmente accidentato, dove interessi istituzionali, professionali, organizzativi e previdenziali si sono intrecciati fino a rendere impossibile una sintesi.

Il primo ostacolo: il ruolo dei medici di famiglia

La questione più visibile riguarda il futuro della medicina generale. La proposta del Ministero nasceva dall'esigenza di rendere operative le Case della Comunità previste dal DM77 e finanziate dal PNRR. Per farlo, era necessario definire modalità stabili di presenza dei medici di medicina generale all'interno delle nuove strutture territoriali.

Proprio su questo punto si è concentrata la contrarietà dei principali sindacati, che hanno letto il progetto come un possibile superamento del modello convenzionale e una limitazione dell'autonomia professionale che da decenni caratterizza il ruolo del medico di famiglia.

Il peso delle Regioni

Accanto alle organizzazioni professionali si è manifestata la prudenza delle Regioni, chiamate a gestire concretamente l'organizzazione delle cure territoriali. La riforma non interveniva soltanto sul rapporto di lavoro dei medici, ma avrebbe inciso sull'intera architettura operativa delle Case della Comunità e sull'equilibrio tra assistenza territoriale e ospedaliera.

Non sorprende quindi che il confronto si sia rapidamente trasformato in una questione istituzionale prima ancora che sanitaria.

La variabile previdenziale

Tra gli aspetti meno discussi pubblicamente, ma non meno rilevanti, figura quello previdenziale. L'attuale sistema della medicina generale si fonda sul rapporto convenzionale e alimenta specifici flussi contributivi verso l'Enpam. Un eventuale passaggio esteso verso forme di dipendenza avrebbe inevitabilmente aperto interrogativi sugli equilibri economici e attuariali delle gestioni previdenziali dedicate ai medici convenzionati.

Non è casuale che l'Enpam abbia seguito con attenzione il dibattito e che il tema sia entrato anche nel confronto politico delle ultime settimane.

La maggioranza e il caso Schillaci

L'elemento forse più significativo resta però quello politico. Una riforma considerata strategica per l'attuazione della nuova sanità territoriale non è arrivata nemmeno alla fase di confronto parlamentare. Le dichiarazioni della Lega, che ha rivendicato una posizione critica mantenuta fin dall'inizio, mostrano come il progetto non abbia trovato una convergenza piena neppure all'interno della coalizione di governo.

Per Schillaci si tratta di un passaggio delicato. La riforma della medicina generale rappresentava infatti uno degli strumenti individuati per accompagnare la trasformazione dell'assistenza territoriale prevista dal PNRR. Lo stop non riguarda quindi soltanto un provvedimento normativo, ma anche una parte della strategia con cui il Ministero immaginava di rendere operative le nuove strutture territoriali.

Il paradosso del PNRR

La vicenda mette in evidenza un paradosso che accompagna da anni il dibattito sulla sanità italiana. L'urgenza della riforma non nasce soltanto da esigenze organizzative o cliniche, ma anche da impegni precisi assunti con l'Unione europea e da essa finanziati. Le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e le altre strutture territoriali previste dal PNRR devono rispettare tempi e obiettivi definiti.

Tuttavia, se esiste una forte urgenza economica e istituzionale legata all'erogazione dei fondi europei, non sembra esistere la stessa percezione condivisa dell'urgenza tra tutti gli attori coinvolti. È qui che la riforma si è scontrata con la realtà di una governance sanitaria estremamente frammentata, nella quale Stato, Regioni, sindacati, enti previdenziali, professioni e partiti politici dispongono tutti di strumenti capaci di rallentare o bloccare un cambiamento. A prescindere dal giudizio che se ne può legittimamente dare.

Eppure la pandemia aveva dimostrato che il sistema sanitario italiano può agire in modo compatto quando esistono una chiara catena decisionale e un obiettivo condiviso. La vicenda della medicina generale mostra invece quanto sia difficile realizzare trasformazioni strutturali quando gli interessi in campo sono molteplici e il consenso non viene costruito prima dell'avvio della riforma.

Per questo il fallimento del progetto Schillaci va oltre la sorte di un singolo provvedimento. La domanda che rimane aperta riguarda il futuro stesso della sanità territoriale: come rendere operative le strutture costruite con le risorse del PNRR senza una soluzione condivisa sul ruolo dei professionisti che dovranno lavorarvi all'interno?

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