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FIV e rischio neurologico nei bambini: è la subfertilità materna il vero fattore determinante

Procreazione medicalmente assistita e neurosviluppo
Ginecologia

Per decenni il dibattito scientifico ha gravitato attorno a un interrogativo centrale: la stimolazione ovarica controllata e i protocolli di fecondazione in vitro (FIV) possono condizionare negativamente la maturazione cerebrale della prole? Il razionale biologico era plausibile poiché gli ormoni esogeni somministrati durante i cicli di trattamento potrebbero interferire con la steroidogenesi endogena fetale. Tutto questo si sommava all'evidenza che i neonati da FIV mostrano tassi più elevati di prematurità e basso peso alla nascita, entrambi predittori di esiti neurocognitivi sfavorevoli.

La letteratura precedente, composta da oltre trenta studi osservazionali, aveva tuttavia restituito un quadro prevalentemente rassicurante: nessun impatto rilevante su capacità cognitive, motorie, linguistiche o comportamentali, né un'incidenza aumentata di disturbi dello spettro autistico (ASD) o patologie psichiatriche. Quelle indagini soffrivano però di limitazioni metodologiche sostanziali come campioni ridotti, follow-up brevi e, soprattutto, l'assenza di un gruppo di confronto che isolasse gli effetti della subfertilità di base da quelli del trattamento.

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La nuova analisi colma proprio questa lacuna. Confrontando nati da madri fertili, subfertili non trattate e pazienti sottoposte a trattamenti diversi dalla FIV, lo studio ha documentato che la subfertilità in sé (definita in modo esteso fino a includere aborti spontanei ricorrenti, tentativi di concepimento protratti oltre dodici mesi e diagnosi pregresse di ipofertilità) si associa a punteggi marginalmente superiori per comportamenti esternalizzanti e tratti simil-autistici. Le differenze quantitative, tuttavia, risultano clinicamente trascurabili.

Un dato inatteso riguarda i trattamenti non-FIV, associati a un incremento del rischio di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) probabilmente riconducibile alla maggiore prevalenza di sindrome dell'ovaio policistico (PCOS) in quel sottogruppo. Questo rilievo configura un classico confondimento per indicazione: non è l'intervento a determinare il rischio, bensì il profilo endocrino-metabolico della paziente.

Il valore aggiunto dello studio risiede nella granularità del disegno: la stratificazione per tipologia di trattamento, l'ampiezza della coorte e l'aggiustamento per molteplici covariate demografiche e cliniche conferiscono solidità alle conclusioni. I dati convergono verso un consenso ormai maturo nella comunità riproduttiva: l'eventuale vulnerabilità neuroevolutiva osservata nei figli di madri che hanno fatto ricorso alla FIV è un'espressione della patologia riproduttiva di base, non una conseguenza iatrogena della tecnica.

Per i clinici impegnati nel counseling preconcezionale, il messaggio è chiaro: la procreazione assistita non introduce rischi aggiuntivi per il neurosviluppo infantile rispetto a quelli già insiti nello stato di subfertilità dei genitori.

Riferimento

Kahn, Linda G et al. “Subfecundity, Infertility Treatment, and Child Neurodevelopment.” JAMA network open vol. 9,6 e2617324. 1 Jun. 2026, doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.17324

Ginecologia
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