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FIV e rischio neurologico nei bambini: è la subfertilità materna il vero fattore determinante

Ginecologia Teresa Brusco | 12/06/2026 11:43

Procreazione medicalmente assistita e neurosviluppo

Un'ampia coorte statunitense ridefinisce il quadro interpretativo sul neurosviluppo dei nati da tecniche di riproduzione assistita, spostando l'attenzione dalla procedura tecnica alla condizione clinica sottostante dei genitori.

Per decenni il dibattito scientifico ha gravitato attorno a un interrogativo centrale: la stimolazione ovarica controllata e i protocolli di fecondazione in vitro (FIV) possono condizionare negativamente la maturazione cerebrale della prole? Il razionale biologico era plausibile poiché gli ormoni esogeni somministrati durante i cicli di trattamento potrebbero interferire con la steroidogenesi endogena fetale. Tutto questo si sommava all'evidenza che i neonati da FIV mostrano tassi più elevati di prematurità e basso peso alla nascita, entrambi predittori di esiti neurocognitivi sfavorevoli.

La letteratura precedente, composta da oltre trenta studi osservazionali, aveva tuttavia restituito un quadro prevalentemente rassicurante: nessun impatto rilevante su capacità cognitive, motorie, linguistiche o comportamentali, né un'incidenza aumentata di disturbi dello spettro autistico (ASD) o patologie psichiatriche. Quelle indagini soffrivano però di limitazioni metodologiche sostanziali come campioni ridotti, follow-up brevi e, soprattutto, l'assenza di un gruppo di confronto che isolasse gli effetti della subfertilità di base da quelli del trattamento.

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La nuova analisi colma proprio questa lacuna. Confrontando nati da madri fertili, subfertili non trattate e pazienti sottoposte a trattamenti diversi dalla FIV, lo studio ha documentato che la subfertilità in sé (definita in modo esteso fino a includere aborti spontanei ricorrenti, tentativi di concepimento protratti oltre dodici mesi e diagnosi pregresse di ipofertilità) si associa a punteggi marginalmente superiori per comportamenti esternalizzanti e tratti simil-autistici. Le differenze quantitative, tuttavia, risultano clinicamente trascurabili.

Un dato inatteso riguarda i trattamenti non-FIV, associati a un incremento del rischio di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) probabilmente riconducibile alla maggiore prevalenza di sindrome dell'ovaio policistico (PCOS) in quel sottogruppo. Questo rilievo configura un classico confondimento per indicazione: non è l'intervento a determinare il rischio, bensì il profilo endocrino-metabolico della paziente.

Il valore aggiunto dello studio risiede nella granularità del disegno: la stratificazione per tipologia di trattamento, l'ampiezza della coorte e l'aggiustamento per molteplici covariate demografiche e cliniche conferiscono solidità alle conclusioni. I dati convergono verso un consenso ormai maturo nella comunità riproduttiva: l'eventuale vulnerabilità neuroevolutiva osservata nei figli di madri che hanno fatto ricorso alla FIV è un'espressione della patologia riproduttiva di base, non una conseguenza iatrogena della tecnica.

Per i clinici impegnati nel counseling preconcezionale, il messaggio è chiaro: la procreazione assistita non introduce rischi aggiuntivi per il neurosviluppo infantile rispetto a quelli già insiti nello stato di subfertilità dei genitori.

Riferimento

Kahn, Linda G et al. “Subfecundity, Infertility Treatment, and Child Neurodevelopment.” JAMA network open vol. 9,6 e2617324. 1 Jun. 2026, doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.17324

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