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Arresto cardiaco, non basta saper intervenire: il peso psicologico frena i soccorritori e limita le possibilità di sopravvivenza

Salute Annalucia Migliozzi | 17/06/2026 13:33

Una ricerca commissionata da Italian Resuscitation Council evidenzia che meno della metà degli italiani sarebbe pronta ad agire in caso di arresto cardiaco. Tra chi interverrebbe, oltre uno su due teme le conseguenze emotive dell’esperienza. Gli espe

La capacità di riconoscere un arresto cardiaco e avviare rapidamente le manovre salvavita rappresenta uno dei fattori più importanti per aumentare le probabilità di sopravvivenza. Tuttavia, accanto alle competenze tecniche emerge un elemento spesso trascurato: l’impatto emotivo vissuto da chi presta soccorso. È quanto evidenzia una recente indagine promossa da Italian Resuscitation Council (IRC), che richiama l’attenzione sulla necessità di affiancare alla formazione pratica un adeguato sostegno psicologico.

In Italia solo il 48% della popolazione dichiara che interverrebbe in presenza di una persona colpita da arresto cardiaco. Tra coloro che sarebbero disposti ad agire, il 52% ritiene però che, dopo l’emergenza, potrebbe avere bisogno di un supporto psicologico per elaborare l’esperienza vissuta.

I dati emergono da una ricerca realizzata dall’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, nato dalla collaborazione tra Credem e Università Cattolica, per conto di Italian Resuscitation Council. L’indagine evidenzia come il timore delle conseguenze emotive rappresenti un elemento rilevante nella disponibilità dei cittadini a intervenire durante un’emergenza.

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La percezione di un possibile disagio psicologico risulta particolarmente elevata tra chi ha già avuto esperienze dirette con l’arresto cardiaco, sia in ambito familiare sia come soccorritore occasionale. Anche donne e appartenenti alla generazione dei millennials mostrano una maggiore sensibilità verso la necessità di un supporto post-evento.

Accanto alla componente emotiva, la ricerca fotografa un significativo deficit di conoscenze sul primo soccorso. Solo il 13% degli italiani dichiara di conoscere in modo approfondito le procedure di rianimazione cardiopolmonare, mentre quasi la metà della popolazione ammette di non possedere alcuna preparazione specifica.

Tra le principali barriere all’intervento emergono la paura di aggravare le condizioni della vittima, il timore di non essere sufficientemente preparati, il rischio di andare nel panico e la preoccupazione di eventuali responsabilità in caso di esito negativo. Secondo gli esperti, questi fattori confermano l’esigenza di percorsi formativi che rafforzino non solo le abilità tecniche ma anche la fiducia e la consapevolezza dei cittadini.

Un ulteriore elemento critico riguarda la scarsa familiarità con i defibrillatori automatici esterni (DAE). Solo il 37% degli intervistati ritiene di sapere dove sia collocato un dispositivo nelle vicinanze della propria abitazione, mentre una quota significativa non ha mai prestato attenzione alla loro presenza sul territorio.

La questione assume particolare rilevanza se si considera che ogni anno si registrano circa 50 mila arresti cardiaci extraospedalieri in Italia. Nonostante l’importanza dell’intervento precoce, le manovre di rianimazione vengono avviate dai presenti in poco più della metà dei casi e il defibrillatore viene utilizzato solo in una minoranza delle situazioni. Ogni minuto di ritardo riduce sensibilmente le probabilità di sopravvivenza.

Per IRC, il rafforzamento della cultura del primo soccorso deve quindi passare attraverso un approccio integrato che comprenda educazione sanitaria, diffusione dei DAE e sostegno psicologico ai soccorritori. Una strategia che potrebbe aumentare la propensione all’intervento e contribuire a migliorare gli esiti dell’arresto cardiaco sul territorio.

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