
La firma dell'accordo che regola la presenza dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità non ha ricomposto le divisioni all'interno della categoria. Se Fimmg e Fmt hanno scelto di sottoscrivere l'intesa raggiunta con Sisac e Regioni, SMI e SNAMI hanno confermato il proprio dissenso, rifiutando di aderire a un accordo che, a loro giudizio, modifica in profondità la natura stessa della medicina generale convenzionata.
Le due organizzazioni partono da sensibilità sindacali differenti, ma nelle dichiarazioni diffuse dopo la conclusione della trattativa emergono numerosi punti di convergenza. Entrambe vedono nell'accordo non soltanto una risposta organizzativa alle esigenze delle Case di Comunità, ma un passaggio destinato a incidere sull'equilibrio tra autonomia professionale e organizzazione aziendale della medicina territoriale.
Il timore di una "dipendenza mascherata"
La critica più forte riguarda il ruolo attribuito alle Aziende sanitarie nella gestione delle attività previste all'interno delle Case di Comunità. Secondo lo SNAMI, il nuovo impianto assegna alle ASL il potere di definire il fabbisogno orario delle strutture, individuare le sedi di attività e organizzare concretamente il lavoro dei medici. Una configurazione che, secondo il sindacato, comprime l'autonomia professionale e organizzativa che ha storicamente caratterizzato la medicina generale. "Siamo davanti a una forma di dipendenza mascherata all'interno di un rapporto formalmente convenzionale", ha dichiarato la presidente nazionale Simona Autunnali.
Un concetto analogo emerge anche nella posizione dello SMI. Per il sindacato guidato da Pina Onotri, l'obbligo fino a sei ore settimanali nelle Case di Comunità introduce elementi tipici di un rapporto subordinato senza riconoscere ai professionisti le tutele proprie del lavoro dipendente.
Il tema dell'eterodirezione
Particolarmente severa è la critica dello SMI sul tema dell'organizzazione del lavoro. Secondo il sindacato, la subordinazione dei turni alle determinazioni dell'Azienda sanitaria introduce elementi riconducibili all'eterodirezione e al potere direttivo del datore di lavoro. Una situazione che, a loro giudizio, genera uno squilibrio contrattuale perché il medico continua a operare come libero professionista convenzionato assumendosi integralmente il rischio organizzativo ed economico della propria attività.
Nella lettura dello SMI, il risultato è un sistema nel quale aumentano gli obblighi senza che vengano riconosciute tutele quali malattia, infortuni, ferie garantite o ammortizzatori sociali.
Il ruolo unico continua a dividere la categoria
Dietro il confronto sulle Case di Comunità riaffiora inoltre una discussione che accompagna da anni il dibattito sulla medicina generale: quella relativa al cosiddetto ruolo unico. Per SNAMI, l'introduzione di un obbligo di attività nelle nuove strutture territoriali rappresenta un'ulteriore estensione di un modello che il sindacato ha sempre contrastato, ritenendolo incompatibile con la natura della convenzione. La questione va quindi oltre le sei ore settimanali previste dall'accordo e riguarda il modello di professione che il Servizio sanitario nazionale intende costruire nei prossimi anni.
Le critiche sul metodo
Entrambe le organizzazioni contestano anche il percorso che ha portato all’accordo. Lo SNAMI ritiene che una trasformazione così significativa non possa essere introdotta attraverso uno stralcio contrattuale approvato sotto la pressione delle scadenze del Pnrr. Analogamente, lo SMI chiede che modifiche considerate strutturali per la professione siano sottoposte a una più ampia consultazione della categoria.
Secondo il sindacato di Onotri, il confronto avrebbe dovuto coinvolgere maggiormente gli iscritti, considerato che le nuove disposizioni incidono in modo permanente sull'organizzazione del lavoro dei medici di famiglia.
Una firma che non chiude il dibattito
L'accordo raggiunto in Sisac consente al Governo e alle Regioni di superare uno degli ostacoli più rilevanti per l'attuazione delle Case di Comunità previste dal Pnrr. Sul piano sindacale, tuttavia, la partita appare tutt'altro che conclusa. Per i firmatari l'intesa rappresenta un compromesso necessario per garantire l'avvio delle nuove strutture territoriali e salvaguardare gli investimenti previsti dalla riforma. Per SMI e SNAMI, invece, il testo rischia di accelerare una trasformazione della medicina generale che potrebbe ridurre progressivamente l'autonomia professionale dei medici convenzionati.
Una divergenza che va ben oltre il singolo accordo e che continuerà probabilmente ad accompagnare il dibattito sul futuro della sanità territoriale italiana anche nei prossimi mesi.




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