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Sclerodermia, dalla malattia di Paul Klee alle terapie del futuro: la diagnosi resta in ritardo di 5-7 anni

La ricerca apre nuove prospettive nella cura della sclerodermia, ma la diagnosi continua ad arrivare con anni di ritardo.
Reumatologia

Nel 1935 a Paul Klee venne diagnosticata la sclerodermia. Il grande pittore svizzero-tedesco morì cinque anni più tardi, il 29 giugno 1940, dopo aver visto le proprie mani irrigidirsi progressivamente e il respiro farsi sempre più difficile. Oggi, a distanza di quasi novant'anni, la traiettoria clinica di quella stessa malattia potrebbe essere radicalmente diversa. È in questa data, scelta non casualmente, che si celebra ogni anno la Giornata Mondiale della Sclerodermia, occasione che la Società Italiana di Reumatologia (SIR) sceglie per fare il bilancio dei progressi raggiunti e delle criticità ancora da risolvere in una patologia che in Italia coinvolge oltre 20.000 persone, con un'incidenza che raggiunge il picco tra i 20 e i 40 anni.

La sclerosi sistemica, denominazione scientifica della sclerodermia, è una malattia rara su base autoimmune che colpisce il microcircolo e attiva un meccanismo fibrotico caratterizzato da un'eccessiva deposizione di tessuto cicatriziale. Come spiega Andrea Doria, Presidente della Società Italiana di Reumatologia, questo materiale, utile per riparare una ferita, se prodotto in eccesso si accumula nella cute e negli organi, come polmoni, cuore, apparato gastrointestinale e reni, che diventano progressivamente più duri e meno capaci di svolgere le loro normali funzioni. Non si tratta dunque di una semplice patologia dermatologica, ma di una condizione sistemica che richiede un riconoscimento tempestivo.

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Tra i segnali d'allarme più significativi figura il fenomeno di Raynaud, descritto da Marco Matucci Cerinic, Presidente Emerito SIR e Presidente della World Scleroderma Foundation, come la caratteristica alterazione cromatica delle dita scatenata dal freddo o dallo stress. Insieme alle dita gonfie e a indagini specifiche come la ricerca degli autoanticorpi e la capillaroscopia, questo sintomo costituisce oggi uno strumento diagnostico precoce capace di modificare il decorso della malattia. Nonostante ciò, nel nostro Paese, tra i primi sintomi e la conferma diagnostica passano in media 5-7 anni, un intervallo che la comunità reumatologica considera ancora troppo ampio e su cui sta lavorando per sensibilizzare la medicina di base.

Il ritardo diagnostico ha conseguenze cliniche rilevanti: fino al 70% dei pazienti sviluppa un coinvolgimento polmonare, tra fibrosi interstiziale e ipertensione polmonare, mentre l'apparato digestivo risulta interessato in quasi il 90% dei casi. Il coinvolgimento cardiaco, spesso silente nelle fasi iniziali, richiede un monitoraggio attento anche in assenza di sintomi, mentre la crisi renale sclerodermica, storicamente una delle principali cause di mortalità, è oggi diventata un evento raro grazie alla disponibilità di farmaci mirati. Sul piano della qualità di vita, quasi metà dei pazienti sperimenta una disabilità significativa, con ripercussioni pesanti sulla capacità lavorativa e sull'integrazione sociale.

Il panorama terapeutico, tuttavia, sta attraversando una fase di profonda evoluzione. Ai tradizionali farmaci immunomodulanti e immunosoppressori si affiancano oggi terapie antifibrotiche mirate e trattamenti vasoattivi per la protezione del microcircolo, personalizzabili in base al profilo clinico del singolo paziente; nelle forme più severe resta disponibile anche il trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche. Le prospettive future appaiono particolarmente promettenti, con numerosi studi clinici in corso su antifibrotici di nuova generazione, immunoterapie avanzate, incluse le CAR-T, già protagoniste di risultati incoraggianti in altre malattie autoimmuni severe, e i T-cell engager, anticorpi di nuova concezione progettati per colpire selettivamente le cellule immunitarie coinvolte nei meccanismi patogenetici, insieme a nuovi anticorpi bispecifici e ulteriori molecole target.

L'Italia dispone già di una rete capillare di centri specializzati distribuiti sul territorio nazionale. Il nodo critico, secondo la SIR, non riguarda quindi la disponibilità di strutture d'eccellenza, quanto piuttosto la capacità del sistema sanitario di identificare precocemente i pazienti e indirizzarli rapidamente verso questi centri, dove un approccio multidisciplinare, che integra reumatologo, cardiologo, pneumologo, gastroenterologo, nefrologo e dermatologo, rappresenta l'unica strategia gestionale adeguata alla complessità della malattia.

Reumatologia
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