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Artrite, lupus e non solo: sesso e genere cambiano diagnosi e cure

Reumatologia Lucia Oggianu | 15/05/2026 09:10

Una review su Nature Reviews Rheumatology evidenzia differenze rilevanti tra uomini e donne: dalle tempistiche diagnostiche alla risposta ai farmaci, con implicazioni per ricerca e pratica clinica

Le malattie reumatologiche non colpiscono tutti allo stesso modo. Dalla diagnosi alla risposta ai trattamenti, sesso biologico e genere emergono come variabili decisive che incidono sull’intero percorso di cura. È il quadro delineato da una review internazionale pubblicata su Nature Reviews Rheumatology, cui ha contribuito anche il Centro di riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità.

Differenze che partono dalla prevalenza

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Lo studio analizza le principali patologie autoimmuni reumatologiche – tra cui artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico e spondiloartrite – mettendo in luce differenze nette già nella distribuzione tra i sessi. Artrite reumatoide e lupus risultano più frequenti nelle donne, mentre la spondiloartrite interessa maggiormente gli uomini. Queste divergenze epidemiologiche, tuttavia, non si esauriscono nei numeri, ma si traducono in traiettorie cliniche differenti che richiedono una lettura più articolata e personalizzata.

Diagnosi più tardive e sintomi sottovalutati

Uno degli aspetti più critici riguarda i tempi e l’accuratezza diagnostica. Nelle patologie come artrite reumatoide e spondiloartrite, le donne tendono ad arrivare più tardi alla diagnosi. I loro sintomi, inoltre, rischiano di essere sottovalutati o interpretati in modo non corretto. Tra le possibili cause, gli autori segnalano la storica sottorappresentazione del sesso meno colpito negli studi clinici, un limite che ha contribuito a costruire modelli diagnostici meno sensibili alle differenze di genere.

Risposta ai farmaci e tollerabilità

Le differenze emergono anche sul piano terapeutico. Le donne riferiscono più frequentemente dolore intenso e affaticamento e possono rispondere in modo diverso ai trattamenti, in particolare ai farmaci biologici e immunomodulanti. E non è tutto: effetti collaterali più frequenti e una minore probabilità di raggiungere la remissione delineano un quadro che mette in discussione l’approccio terapeutico standardizzato, evidenziando la necessità di strategie più mirate.

Il nodo della rappresentatività nella ricerca

Un ulteriore elemento critico riguarda la carenza di dati su popolazioni ancora poco rappresentate nella ricerca clinica, come persone transgender, non binarie e intersessuali. Questa lacuna limita la possibilità di sviluppare linee guida realmente inclusive e di garantire equità nell’accesso alle cure. La review richiama quindi l’attenzione su un tema strutturale: la necessità di ampliare la rappresentatività negli studi per riflettere la reale complessità della popolazione.

Integrare sesso e genere nella pratica clinica

Alla luce delle evidenze, gli autori sottolineano l’urgenza di integrare in modo sistematico sesso e genere nella progettazione degli studi, nei registri clinici e nelle linee guida. Un passaggio ritenuto fondamentale per migliorare accuratezza diagnostica, efficacia delle terapie ed equità delle cure.

"Sesso e genere non sono variabili secondarie – sottolinea Elena Ortona, direttrice del Centro di riferimento per la medicina di genere – ma fattori che influenzano in modo concreto diagnosi, andamento clinico e risposta alle terapie nelle malattie reumatologiche. La loro integrazione sistematica in ricerca, pratica clinica e linee guida è indispensabile per una medicina più precisa, efficace ed equa".

Cure più mirate

L’inclusione strutturale delle differenze di sesso e genere non rappresenta solo un’esigenza scientifica, ma anche un passaggio chiave per una medicina più personalizzata. Un approccio che, in reumatologia, può tradursi in percorsi diagnostici più tempestivi, trattamenti più efficaci e una migliore qualità di vita per i pazienti. La sfida, ora, è tradurre queste evidenze in pratica clinica quotidiana, superando l’impostazione "neutra" che ha a lungo caratterizzato la ricerca e l’assistenza sanitaria.

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