
Il 30 giugno era data indicata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per il raggiungimento dei principali obiettivi della sanità territoriale. Se nell’ultimo periodo il confronto si è concentrato sull'accordo con i medici di medicina generale e sul coinvolgimento degli specialisti, la scadenza del PNRR richiama l'attenzione su un altro aspetto: la capacità effettiva e concreta delle nuove strutture di garantire servizi continuativi ai cittadini.
A rilanciare il tema è la vicepresidente dei senatori del Partito Democratico, Beatrice Lorenzin, che parla di "occasione sprecata" e sostiene che molte delle strutture inaugurate non siano ancora nelle condizioni di svolgere pienamente la funzione per cui sono state realizzate.
Dalle strutture ai servizi
Secondo Lorenzin, la riduzione del target delle Case di Comunità da 1.350 a 1.038 non avrebbe risolto le difficoltà legate all'avvio della riforma. La senatrice richiama i dati riportati in questi giorni sullo stato di attuazione del progetto: 781 Case di Comunità risultano dotate di almeno un servizio, ma soltanto 204 rispettano gli standard previsti per la presenza dei medici e 216 quelli relativi al personale infermieristico. A questo quadro si aggiungerebbe una carenza stimata di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri.
Per l'esponente del Pd, il rischio è quello di avere strutture formalmente aperte ma ancora prive delle risorse professionali necessarie per alleggerire la pressione su pronto soccorso, ospedali e alleggerimento contestuale delle liste d'attesa.
Una nuova fase della riforma
Le osservazioni dell'opposizione arrivano pochi giorni dopo la firma dell'accordo nazionale che definisce la presenza dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità e mentre il ministro della Salute Orazio Schillaci ha annunciato l'intenzione di estendere il coinvolgimento anche agli specialisti ospedalieri.
Contemporaneamente, le Regioni stanno avviando gli accordi integrativi chiamati a tradurre sul territorio il nuovo modello organizzativo, con approcci che iniziano già a differenziarsi nelle diverse realtà locali.
La sfida inizia adesso
La scadenza del 30 giugno non conclude il percorso previsto dal PNRR, ma apre una fase nuova. Se la realizzazione delle strutture rappresentava il primo obiettivo, da oggi l'attenzione si sposta sulla loro effettiva capacità di funzionare, garantendo la presenza dei professionisti e un'organizzazione in grado di rispondere ai bisogni della popolazione.
È su questo terreno che si misurerà il successo della riforma della sanità territoriale. Una Casa di Comunità può contribuire a rafforzare l'assistenza di prossimità solo se riesce a offrire servizi, continuità assistenziale e un'integrazione concreta tra medici di medicina generale, specialisti, infermieri e gli altri professionisti coinvolti nei percorsi di cura.
A fare la differenza sarà anche la velocità con cui le nuove strutture entreranno pienamente in funzione. Il rischio è che l'attuazione della riforma proceda con tempi molto diversi da una Regione all'altra, ampliando le differenze già esistenti nell'organizzazione dell'assistenza territoriale. Alcuni sistemi sanitari potrebbero riuscire a rendere operative le Case di Comunità in tempi rapidi, mentre altri potrebbero scontrarsi più a lungo con la carenza di personale e con difficoltà organizzative. In questo scenario, il vero banco di prova non sarà più l'apertura delle strutture, ma la loro capacità di offrire ai cittadini servizi realmente accessibili e continuativi.




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