
Un nuovo candidato farmacologico si affaccia nel panorama del trattamento del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) in età adolescenziale. La centanafadina, inibitore della ricaptazione di noradrenalina, dopamina e serotonina (NDSRI), ha dimostrato in uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo una riduzione significativa della sintomatologia ADHD al dosaggio di 328,8 mg una volta al giorno, con un profilo di tollerabilità complessivamente favorevole.
La sperimentazione, registrata su ClinicalTrials.gov con il codice NCT05257265, ha arruolato 459 adolescenti tra i 13 e i 17 anni con diagnosi primaria di ADHD, randomizzati a ricevere centanafadina 164,4 mg, centanafadina 328,8 mg o placebo per sei settimane. L'endpoint principale era la variazione del punteggio totale alla scala ADHD Rating Scale-5 (ADHD-RS-5).
Al termine del periodo di osservazione, il dosaggio più elevato ha conseguito l'endpoint primario con una riduzione sintomatologica significativamente superiore al placebo (-18,50 vs -14,15 punti; p=0,0006), mentre la dose inferiore non ha raggiunto la significatività statistica. Il beneficio clinico della dose maggiore si è manifestato già dopo la prima settimana di trattamento e si è mantenuto stabile per l'intera durata dello studio. Miglioramenti statisticamente rilevanti sono stati documentati anche sugli endpoint secondari, tra cui gravità clinica globale, disattenzione, iperattività e impulsività, nonché funzioni esecutive valutate con la scala Conners 3–Parent Short.
Dal punto di vista farmacodinamico, la centanafadina introduce un meccanismo d'azione che estende il bersaglio terapeutico rispetto agli agenti non stimolanti attualmente disponibili. L'azione sulla neurotrasmissione serotoninergica, assente nei trattamenti convenzionali non stimolanti, potrebbe offrire un valore aggiunto nella modulazione della regolazione emotiva, dell'attenzione e delle funzioni cognitive superiori, dimensioni spesso compromesse nei pazienti con ADHD.
Sul fronte della sicurezza, entrambi i dosaggi si sono dimostrati generalmente ben tollerati. Gli effetti indesiderati più comuni (riduzione dell'appetito, nausea, cefalea ed eruzioni cutanee) sono stati per lo più di entità lieve o moderata. Gli eventi avversi gravi sono rimasti rari e non sono emersi nuovi segnali di allarme. Le variazioni degli indici di funzionalità epatica non hanno assunto rilevanza clinica nell'analisi complessiva dei dati.
Gli autori riconoscono alcune limitazioni intrinseche allo studio: la durata contenuta del follow-up, l'assenza di un braccio con comparatore attivo e una popolazione di riferimento reclutata esclusivamente in Nord America, fattore che limita la generalizzabilità dei risultati ad altre realtà geografiche e cliniche. Studi di maggiore durata e con confronto diretto rispetto alle terapie standard saranno necessari per consolidare il profilo di efficacia e sicurezza a lungo termine della molecola, in vista di una sua eventuale collocazione nella pratica terapeutica corrente.




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