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Salute mentale, quali strutture vuole riaprire Salvini? Il rischio di riportare il dibattito indietro di decenni

Il leader della Lega accosta salute mentale e Alzheimer e propone di “riaprire strutture”. Ma i servizi psichiatrici esistono già e le persone con demenza hanno bisogni e percorsi differenti
Sanità pubblica

"Bisogna riaprire le strutture dedicate alla cura della salute mentale, naturalmente diverse da quelle del secolo scorso". La proposta arriva dal leader della Lega e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, al termine di un tavolo con i territori dal quale, ha spiegato, sarebbero emersi due temi sanitari: "salute mentale e Alzheimer".

Una dichiarazione di poche parole che intercetta problemi reali, ma che solleva più interrogativi di quanti ne risolva. Il primo è anche il più semplice: quali strutture dovrebbero essere riaperte? L’Italia dispone già di una rete di servizi dedicati alla salute mentale, costruita dopo il superamento degli ospedali psichiatrici avviato dalla legge 180 del 1978. Esistono i Dipartimenti di salute mentale, i Centri di salute mentale, i servizi psichiatrici ospedalieri, le strutture residenziali e semiresidenziali. Esistono anche le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le Rems, destinate alle persone con disturbi psichiatrici autrici di reato per le quali la magistratura abbia disposto una misura di sicurezza detentiva.

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Il problema della salute mentale in Italia, dunque, non è l’assenza di strutture. È semmai la condizione nella quale si trova la rete dei servizi, alle prese con carenze di personale, risorse insufficienti, differenze territoriali e una domanda di assistenza crescente.

Dalla legge Basaglia a oggi: le strutture per la salute mentale esistono già

La legge Basaglia non ha semplicemente chiuso i luoghi nei quali vengono curate le persone con disturbi psichiatrici. Ha superato il modello del manicomio, fondato sull’isolamento e sull’istituzionalizzazione del paziente, costruendo progressivamente un sistema nel quale l’assistenza psichiatrica è affidata ai servizi territoriali, alle strutture residenziali e semiresidenziali e, nelle fasi acute, ai reparti ospedalieri.

Il cambiamento non è stato soltanto organizzativo. Alla base della riforma esiste una diversa concezione della persona con disturbo mentale, che non deve essere allontanata dalla società in quanto intrinsecamente pericolosa o difficile da gestire, ma curata attraverso percorsi capaci, quando possibile, di mantenerne relazioni, autonomia e integrazione sociale. Il sistema costruito dopo la legge 180 presenta oggi problemi profondi. Ma riconoscere le difficoltà dell’assistenza psichiatrica italiana non significa necessariamente mettere in discussione il modello sul quale è fondata. Significa chiedersi quali risorse, professionisti e servizi manchino per farlo funzionare.

Salute mentale e Alzheimer non sono lo stesso problema sanitario

Un’ulteriore criticità della dichiarazione - così come riportata - riguarda l’accostamento tra salute mentale e Alzheimer. La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa. Può determinare anche sintomi neuropsichiatrici, ma presenta bisogni assistenziali, percorsi terapeutici e modelli organizzativi differenti da quelli delle persone con disturbi psichiatrici. Non è una distinzione terminologica riservata agli specialisti. Dalla corretta identificazione dei bisogni dipende la costruzione dei servizi necessari per rispondere alle esigenze dei pazienti e delle loro famiglie.

Una persona con Alzheimer, un paziente con una psicosi acuta e una persona con disturbo psichiatrico autrice di reato non rappresentano tre declinazioni dello stesso problema sociale da risolvere individuando un luogo nel quale collocarle. Hanno bisogno di professionisti, percorsi assistenziali e, quando necessarie, strutture differenti. Riunire condizioni così diverse sotto la generica necessità di "riaprire strutture" non risolve un problema complesso. Semplicemente lo semplifica confondendo patologie, pazienti e risposte assistenziali.

Il problema delle Rems esiste, ma non si risolve tornando ai manicomi

Se il riferimento di Salvini riguarda invece le persone con disturbi psichiatrici considerate socialmente pericolose, anche in questo caso le strutture esistono già. Sono le Rems, che dal 2015 hanno sostituito definitivamente gli ospedali psichiatrici giudiziari. Il loro funzionamento presenta criticità importanti. In alcune Regioni esistono liste d’attesa per l’ingresso nelle strutture, mentre psichiatri e operatori denunciano carenze di personale e risorse e chiedono da tempo interventi per rafforzare l’intero sistema.

Il dibattito tra gli specialisti, tuttavia, è più complesso della semplice richiesta di aumentare indiscriminatamente il numero dei posti disponibili. Accanto alla necessità di garantire risposte alle persone destinatarie di una misura di sicurezza, viene infatti richiamata l’importanza di rafforzare i Dipartimenti di salute mentale e i percorsi territoriali, evitando che la risposta alla malattia psichiatrica torni a coincidere automaticamente con l’istituzionalizzazione.

Anche in questo caso, dunque, il problema non è scoprire la necessità di luoghi nei quali assistere persone con bisogni particolarmente complessi. È garantire risorse e personale a un sistema che già esiste e individuare le risposte più appropriate per condizioni cliniche e giuridiche differenti.

La vera emergenza è una rete della salute mentale in difficoltà

I dati sull’assistenza psichiatrica mostrano una domanda che continua a esercitare una forte pressione sui servizi. Nel 2024 oltre 850 mila persone sono state assistite dai servizi specialistici di salute mentale e le prestazioni erogate sul territorio hanno superato i 10 milioni. Più di 270 mila persone sono entrate per la prima volta in contatto con i Dipartimenti di salute mentale nel corso dell’anno. Sono numeri che aiutano a riportare il problema sul terreno concreto.

La salute mentale italiana ha bisogno di professionisti, servizi territoriali accessibili, continuità assistenziale, strutture residenziali adeguate e risposte specifiche per le persone con disturbi psichiatrici autrici di reato.

Sul versante delle demenze servono invece percorsi capaci di accompagnare il paziente e la famiglia lungo l’evoluzione di malattie progressive, integrando diagnosi, assistenza sanitaria, supporto sociale, domiciliarità e, quando necessario, residenzialità. Problemi enormi, ma differenti.

Parlare di "riaprire strutture" rischia di alimentare nuovamente lo stigma

Esiste infine una questione culturale che non può essere trascurata. Quasi cinquant’anni di evoluzione dell’assistenza psichiatrica hanno cercato, tra molte difficoltà e risultati non sempre omogenei, di superare l’equazione tra malattia mentale, pericolosità e necessità di isolamento. La lotta allo stigma non rappresenta un elemento accessorio delle politiche per la salute mentale. Il timore di essere giudicati, discriminati o identificati con la propria malattia costituisce ancora oggi uno degli ostacoli alla richiesta di aiuto e all’accesso tempestivo alle cure.

Per questo le parole utilizzate nel dibattito pubblico hanno un peso. Evocare la necessità di "riaprire strutture" senza spiegare quali, per quali persone e con quali finalità rischia di riportare la discussione a una concezione indistinta della fragilità mentale come problema da contenere fisicamente. Se Salvini intende chiedere maggiori investimenti nei servizi territoriali, nelle strutture residenziali, nell’assistenza alle persone con demenza o nelle Rems, la richiesta riguarda servizi che esistono già e che hanno certamente bisogno di maggiori risorse.

Se propone invece la creazione di nuovi luoghi nei quali concentrare e istituzionalizzare le persone con disturbi mentali, allora il significato della proposta cambia radicalmente e richiede di spiegare apertamente quale parte del modello costruito dopo la legge 180 si intenda modificare.

Sulla salute mentale le soluzioni semplici rischiano di essere quelle sbagliate

Un vicepresidente del Consiglio è naturalmente libero di intervenire su qualsiasi tema politico, anche quando non rientra nelle competenze del ministero che dirige. Ma proprio la delicatezza della salute mentale richiederebbe che le proposte fossero fondate sulla conoscenza del sistema esistente, dei suoi problemi e delle profonde differenze tra le persone alle quali deve fornire assistenza.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti propone di "riaprire strutture", ma non chiarisce quali strutture intenda aprire, per quali pazienti, con quali professionisti e per rispondere a quali carenze dell’attuale sistema sanitario. Non sono dettagli tecnici. Sono le domande dalle quali dovrebbe partire qualsiasi proposta di politica sanitaria. La salute mentale italiana ha problemi gravi e urgenti. Mancano risorse, personale e servizi adeguati in molti territori. Le Rems presentano criticità che psichiatri ed esperti denunciano da tempo. Le persone con Alzheimer e le loro famiglie affrontano percorsi assistenziali lunghi e complessi.

Ridurre tutto questo alla necessità di "riaprire strutture" non offre una risposta. Rischia invece di riportare indietro di decenni il dibattito sulla salute mentale - peraltro nel momento in cui il governo ha introdotto spese strutturali sulla salute mentale stessa per intercettare i fenomeni di disagio - proprio mentre sarebbe necessario affrontarne le criticità con maggiori risorse, competenze specifiche e una conoscenza sufficientemente approfondita dei problemi sui quali si ritiene di intervenire.

Sanità pubblica
Commenti
LA
Luigi Antignani
questo articolo ripete cose già sentite ripetutamente negli anni scorsi che nulla hanno portato alla soluzione dei problemi
Rispondi
14/07/2026 12:10
SU
Stefania Usala
Il problema è la salute mentale di Salvini
Rispondi
14/07/2026 11:16
1 Risposte

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