
In Italia, capire se un alimento è ultra-processato è ancora molto difficile. Lo conferma Edoardo Giannini, presidente della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (SIGE) e direttore della Clinica Gastroenterologica dell’Università degli Studi di Genova e IRCCS AOM Policlinico San Martino, in un’intervista rilasciata a Dottnet: «Un modo semplice per i pazienti per comprendere se un alimento è ultra-processato fondamentalmente oggi in Italia non c’è». Saper leggere le informazioni nutrizionali presenti sulle etichette richiede una preparazione specifica e questo compito non può ricadere interamente sul consumatore perché «non è possibile pensare che ogni cittadino sia in grado di interpretare da solo tutti i determinanti che definiscono un alimento ultraprocessato».
Per questo motivo il lavoro della Sige è anche quello di sciogliere questa complessità, che pesa soprattutto su chi deve seguire indicazioni alimentari precise: per i pazienti con obesità, diabete o rischio cardiovascolare, la difficoltà di riconoscere gli ultraprocessati rende più complicato orientare la dieta quotidiana e mantenere scelte coerenti con il proprio percorso di cura.
Il position paper Sige: un passo avanti verso la trasparenza
Un documento dedicato agli ultra-processati. Un position paper che chiarisca tutti gli aspetti che riguardano rischi e prevenzione degli effetti prodotti da questi alimenti. È l’oggetto di un lungo lavoro da parte della Sige e di cui è prevista la pubblicazione entro la fine dell’anno.
A riguardo, Giannini spiega perché è necessario: «Uno dei motivi è quello di portare informazione consapevole per la popolazione». L’obiettivo è duplice: aiutare i cittadini a riconoscere gli ultra-processati senza dover decifrare etichette complesse e fornire alle istituzioni una base scientifica per introdurre sistemi di identificazione chiari e immediati.
Il ruolo della politica: rendere riconoscibili gli ultra-processati
Giannini evidenzia un passaggio cruciale: «L’auspicio è che la parte politica possa fare in modo che gli alimenti ultra-processati siano identificati come tali sulla loro informazione nutrizionale». Una semplice indicazione in etichetta potrebbe diventare un alleato quotidiano per la salute, permettendo scelte più consapevoli senza dover interpretare ogni singolo ingrediente. «Serve un sistema che permetta ai cittadini di capire subito, senza dover leggere tutto, se ciò che stanno acquistando è un ultraprocessato» aggiunge l’esperto. Uno strumento in grado di rendere la scelta immediata: un’indicazione chiara in etichetta che permetta al consumatore di decidere se quel prodotto può rientrare nella propria dieta o meno.
Informare, non demonizzare
Come sottolinea il presidente Sige: «Il nostro compito non è demonizzare, ma informare la popolazione affinché possano svolgere una scelta informata, consapevole per migliorare la loro salute generale». La trasparenza non serve a vietare, ma a guidare: sapere cosa si sta mangiando è il primo passo per decidere quanto spesso inserirlo nella propria dieta.




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