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Scompenso cardiaco, l'alimentazione "su prescrizione" non riduce le riospedalizzazioni: i risultati di uno studio randomizzato

Uno studio randomizzato valuta l'impatto della consegna di pasti personalizzati o prodotti freschi dopo un ricovero per scompenso cardiaco. L'intervento si dimostra realizzabile e ben accettato, ma senza benefici sulle riospedalizzazioni a 90 giorni.
Scompenso Cardiaco

La qualità dell'alimentazione è riconosciuta come uno dei fattori che possono influenzare l'andamento clinico dello scompenso cardiaco (heart failure, HF). Tuttavia, le evidenze sull'efficacia degli interventi di food as medicine, basati sulla fornitura diretta di alimenti salutari ai pazienti, sono ancora limitate.

Per approfondire questo aspetto, un gruppo di ricercatori statunitensi ha condotto uno studio clinico randomizzato che ha confrontato la consegna di pasti personalizzati dal punto di vista nutrizionale (medically tailored meals), la distribuzione di prodotti alimentari freschi e le cure standard in pazienti recentemente dimessi dall'ospedale dopo un episodio di scompenso cardiaco.

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Il trial, realizzato tra aprile 2024 e ottobre 2025 in due ospedali di Dallas, ha coinvolto 150 pazienti arruolati entro 14 giorni dalla dimissione ospedaliera. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a uno dei tre gruppi di trattamento:consegna di pasti personalizzati; consegna di alimenti freschi; assistenza standard. Tra coloro che ricevevano il supporto alimentare è stata inoltre effettuata una seconda randomizzazione per valutare se subordinare la consegna degli alimenti alla partecipazione alle visite di controllo e all'aderenza terapeutica oppure mantenerla incondizionata. L'intervento è proseguito per 12 settimane, con un follow-up complessivo di 90 giorni.

Uno degli obiettivi principali dello studio era verificare la fattibilità del programma di supporto nutrizionale. I risultati mostrano un'elevata percentuale di consegne completate (93,6%) e un'ottima adesione complessiva, con un tasso di permanenza nello studio del 96%. Dal punto di vista dell'utilizzo, i pazienti hanno riferito di consumare gli alimenti ricevuti mediamente 4,7 giorni alla settimana nel gruppo dei pasti personalizzati e 5,5 giorni alla settimana nel gruppo dei prodotti freschi.

L'analisi della soddisfazione ha inoltre evidenziato una maggiore accettazione della consegna di prodotti freschi, che ha ottenuto punteggi significativamente superiori rispetto ai pasti preparati. L'endpoint clinico principale dello studio era rappresentato dalla combinazione di nuovo ricovero per scompenso cardiaco o accesso al pronto soccorso correlato alla patologia entro 90 giorni. L'analisi non ha evidenziato differenze statisticamente significative tra i pazienti che avevano ricevuto il supporto alimentare e quelli trattati con la sola assistenza standard.

Anche la modalità di erogazione del programma non ha modificato gli esiti: subordinare la consegna degli alimenti all'aderenza alle visite ambulatoriali e al ritiro della terapia farmacologica non ha comportato una riduzione degli eventi clinici rispetto alla consegna incondizionata.

Pur in assenza di benefici sull'endpoint principale, gli autori hanno osservato risultati favorevoli in un endpoint composito gerarchico che includeva mortalità, numero complessivo di ricoveri o accessi in pronto soccorso per scompenso cardiaco e miglioramento della qualità di vita misurata mediante il Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire-Clinical Summary Score (KCCQ-CSS). Questo indicatore ha mostrato un vantaggio a favore dei pazienti che ricevevano il supporto alimentare, suggerendo un possibile impatto positivo su alcuni aspetti del benessere clinico e funzionale, pur trattandosi di un'analisi esplorativa.

Più della metà dei partecipanti allo studio presentava insicurezza alimentare, una condizione frequentemente associata a una peggiore gestione delle patologie croniche e a esiti clinici meno favorevoli.

Secondo gli autori, i risultati dimostrano che programmi di distribuzione di alimenti salutari sono realizzabili, sostenibili e ben accettati anche in pazienti con scompenso cardiaco recentemente dimessi dall'ospedale. Tuttavia, l'intervento, nei tre mesi di osservazione, non ha determinato una riduzione delle riospedalizzazioni o degli accessi al pronto soccorso. Saranno necessari studi di dimensioni maggiori e con un follow-up più lungo per chiarire se strategie nutrizionali integrate possano tradursi in benefici clinici significativi, individuando anche quali categorie di pazienti possano trarre il maggiore vantaggio da questo tipo di intervento.

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