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West Nile, primo caso in Abruzzo. Per i medici di famiglia la sfida delle arbovirosi

Un 85enne ricoverato a Teramo, condizioni buone. In Italia 226 infezioni confermate e 7 decessi. Rezza: “Più caldo non significa automaticamente più casi”
Infettivologia

Primo caso umano di West Nile del 2026 in Abruzzo. Un uomo di 85 anni è ricoverato nel reparto di Malattie infettive dell'ospedale Mazzini di Teramo dopo aver manifestato febbre e dolori osteoarticolari. Le sue condizioni sono buone e la sintomatologia è in rapida risoluzione.

Il caso arriva mentre la sorveglianza nazionale registra una circolazione ormai estesa del West Nile virus: secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto superiore di sanità disponibile sono 226 le infezioni umane confermate dall'inizio della stagione, con 7 decessi. Ma l'andamento delle arbovirosi non segue automaticamente quello delle temperature. Caldo, precipitazioni, umidità, presenza dei vettori e serbatoi animali interagiscono secondo dinamiche più complesse, rendendo particolarmente importante la sorveglianza epidemiologica e la capacità di riconoscere tempestivamente i casi sospetti.

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A Teramo avviata l'indagine epidemiologica

Dopo la conferma dell'infezione, il Servizio di igiene, epidemiologia e sanità pubblica (Siesp) ha avviato l'indagine epidemiologica per ricostruire gli spostamenti dell'85enne e individuare il possibile luogo di esposizione alla Culex pipiens, la zanzara che rappresenta il principale vettore del virus. L'individuazione dell'area consentirà di predisporre le necessarie operazioni di disinfestazione in collaborazione con le autorità competenti.

La sorveglianza provinciale coinvolge anche il Servizio veterinario e l'Istituto zooprofilattico sperimentale dell'Abruzzo e del Molise "Giuseppe Caporale" di Teramo. È stato inoltre attivato uno specifico protocollo ospedaliero multidisciplinare per la gestione di eventuali nuovi casi. Nella maggioranza delle persone l'infezione da West Nile decorre senza sintomi. Secondo quanto ricordato dalla Asl, circa l'80% delle infezioni è asintomatico, mentre le forme più gravi interessano meno dell'1% dei pazienti e riguardano soprattutto anziani e persone fragili.

West Nile, 226 casi e 7 decessi in Italia

Il caso di Teramo arriva in una fase nella quale la circolazione del West Nile virus è documentata in una parte consistente del territorio nazionale. Secondo il Report n. 3 dell'Istituto superiore di sanità, pubblicato il 13 agosto e aggiornato al giorno precedente, dall'inizio della sorveglianza sono stati segnalati 226 casi confermati nell'uomo, rispetto ai 141 del precedente aggiornamento.

Le forme neuro-invasive sono 102, compreso un caso importato dalle Maldive. 86 sono i casi di febbre, uno dei quali importato dal Burkina Faso, mentre 38 infezioni asintomatiche sono state identificate attraverso i controlli sui donatori di sangue. Tra i casi confermati sono stati notificati 7 decessi, uno relativo a un caso importato. Nello stesso periodo l'ISS ha registrato anche 8 casi di Usutu virus.

Ancora più estesa è la distribuzione geografica della circolazione virale considerando insieme uomo, animali e vettori. Al 12 agosto il West Nile era stato rilevato in 55 province appartenenti a 16 regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.

L'Abruzzo figurava dunque già tra le regioni nelle quali era stata dimostrata la circolazione del virus, mentre nella tabella dei casi umani aggiornata al 12 agosto non risultavano infezioni attribuite alla regione. Il ricovero dell'85enne a Teramo rappresenta quindi il primo caso umano abruzzese segnalato nella stagione 2026.

Rezza: "Più caldo non significa automaticamente più infezioni"

L'estate caratterizzata da temperature molto elevate potrebbe suggerire una relazione immediata tra caldo, proliferazione delle zanzare e aumento delle infezioni. L'equazione, però, è più complessa.

A richiamare l'attenzione è Gianni Rezza, epidemiologo e docente straordinario di Igiene all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. "Più caldo uguale più malattie legate alle zanzare? Non è necessariamente così", ha spiegato all'Adnkronos Salute, sottolineando come l'attività di questi insetti sia condizionata da diversi fattori.

Accanto alle temperature entrano in gioco l'umidità e le precipitazioni. Il caldo può anticipare il ciclo riproduttivo delle zanzare senza determinare necessariamente una maggiore attività o un incremento proporzionale delle infezioni. Secondo Rezza, nella prima parte della stagione 2026 i casi di West Nile erano circa un terzo di quelli registrati nello stesso periodo dell'anno precedente.

Una differenza sulla quale possono incidere anche le dinamiche dell'avifauna, principale serbatoio naturale del West Nile virus. Il ciclo epidemiologico coinvolge infatti soprattutto uccelli e zanzare: queste ultime acquisiscono il virus pungendo animali infetti e possono successivamente trasmetterlo all'uomo e ad altri mammiferi.

Temperatura, piogge, umidità, disponibilità di raccolte d'acqua, densità dei vettori e andamento delle popolazioni animali concorrono quindi a determinare la circolazione virale. "Il mix di cause che determina l'epidemiologia delle arbovirosi è difficile da prevedere", osserva Rezza. Da qui la necessità di monitorare il fenomeno, raccogliere dati e intervenire sui fattori di rischio conosciuti.

Non solo West Nile: le arbovirosi entrano nella pratica clinica

La West Nile è soltanto una delle arbovirosi con cui il sistema sanitario deve confrontarsi. Sotto sorveglianza rientrano infezioni con caratteristiche epidemiologiche differenti, tra cui dengue, chikungunya, Zika, Usutu e le encefaliti trasmesse da zecche.

Alcune possono circolare attraverso cicli già presenti sul territorio, come avviene per West Nile, mentre per altre assume particolare importanza l'arrivo in Italia di persone infette dopo soggiorni in aree nelle quali il virus è endemico o interessate da epidemie.

Il punto comune è la crescente necessità di affiancare alla sorveglianza entomologica e veterinaria quella clinica. Febbre, cefalea, astenia, dolori muscolari e articolari o manifestazioni cutanee sono sintomi comuni a numerose patologie e possono rendere poco immediato il riconoscimento di un'arbovirosi nelle fasi iniziali.

Il medico di famiglia e il riconoscimento dei casi sospetti

È qui che entra in gioco anche il medico di medicina generale. L'aumento della mobilità internazionale, la presenza sul territorio italiano di vettori competenti e la circolazione autoctona di alcuni virus rendono sempre più importante inserire le arbovirosi nella diagnosi differenziale quando anamnesi, quadro clinico e situazione epidemiologica lo suggeriscono.

Non significa trasformare ogni febbre estiva in un sospetto caso di West Nile, dengue o chikungunya. Significa piuttosto essere pronti a riconoscere gli elementi che meritano un approfondimento: età e condizioni di fragilità, sintomatologia, eventuale soggiorno recente all'estero, luogo di residenza o permanenza e presenza documentata di circolazione virale nell'area.

Per il medico di famiglia diventa quindi importante conoscere non soltanto le manifestazioni cliniche delle diverse infezioni, ma anche l'evoluzione epidemiologica sul territorio. In un quadro nel quale casi importati e trasmissione autoctona possono coesistere, sapere dove è stato il paziente e che cosa sta circolando in quella determinata area può diventare parte integrante dell'anamnesi.

Infettivologia
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