
In questo contesto, il concetto di rischio globale assoluto assume un ruolo centrale, poiché integra in un’unica stima il contributo simultaneo di più fattori di rischio, riflettendo la natura multifattoriale delle malattie cardiovascolari.[1] Tuttavia, la stratificazione del rischio rimane complessa, in quanto il rischio cardiovascolare evolve lungo un continuum dinamico e può essere influenzato da molteplici variabili cliniche e subcliniche.[2] Il rischio cardiovascolare globale assoluto è definito come la probabilità individuale di sviluppare un evento cardiovascolare maggiore, come infarto miocardico o ictus, in un determinato arco temporale, generalmente 10 anni, sulla base della combinazione di più fattori di rischio.[1]
In questo contesto, una corretta valutazione del rischio cardiovascolare è importante anche per ridurre il problema del sottotrattamento.[3] Dati recenti della medicina generale italiana evidenziano, infatti, un persistente sottoutilizzo dell’ASA a basse dosi: nel 2025 risultava utilizzata solo nel 2,76% dei soggetti ad alto rischio in prevenzione primaria e nel 48,73% dei pazienti in prevenzione secondaria.[3] Inoltre, l’aderenza al trattamento risultava molto bassa in entrambi i contesti, pari al 5,1% in prevenzione primaria e al 4,76% in prevenzione secondaria, sottolineando la necessità di strategie integrate e di interventi mirati a migliorare l’aderenza terapeutica.[3]
È importante sottolineare che il rischio globale non deriva dalla semplice somma dei singoli fattori, ma dalla loro interazione complessiva, in accordo con la natura multifattoriale della malattia cardiovascolare.[1] La sua stima si basa su funzioni matematiche derivate da studi longitudinali di popolazione, che integrano i livelli medi dei fattori di rischio, il loro peso relativo e la probabilità di sopravvivenza libera da eventi nella popolazione di riferimento.[1]
In Italia, la valutazione del rischio cardiovascolare si basa principalmente sugli strumenti sviluppati dal Progetto CUORE dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).[2] Da queste funzioni di rischio derivano due strumenti principali: le carte del rischio cardiovascolare e il punteggio individuale.[1]
Le carte del rischio consentono di stimare la probabilità di un primo evento cardiovascolare maggiore a 10 anni utilizzando sei fattori: età, sesso, abitudine al fumo, diabete, pressione arteriosa sistolica e colesterolemia totale.[1] Esse classificano i soggetti in categorie di rischio, facilitando l’identificazione dei pazienti candidati a interventi preventivi.[1]
Il punteggio individuale rappresenta uno strumento più preciso, in quanto utilizza valori continui per alcuni fattori (età, pressione arteriosa, colesterolemia totale e HDL) e include anche la presenza di terapia antipertensiva, migliorando la stima del rischio individuale.1 Inoltre, può essere applicato a una fascia di età più ampia rispetto alle carte del rischio.[1]
Per quanto riguarda l’ambito europeo, le linee guida raccomandano l’utilizzo del sistema SCORE2 per la stima del rischio cardiovascolare nei soggetti apparentemente sani.[2]
SCORE2 è un algoritmo basato sui principali fattori di rischio cardiovascolare e consente di stimare la probabilità di sviluppare eventi cardiovascolari fatali e non fatali a 10 anni.[1]
Per le persone anziane di età superiore a 70 anni senza malattie cardiovascolari preesistenti è stato sviluppato SCORE2-OP (SCORE2-Older Persons), un modello di valutazione del rischio cardiovascolare specificamente dedicato a questa popolazione.[4] Il modello consente di stimare il rischio individuale a 5 e 10 anni di eventi cardiovascolari fatali e non fatali, tenendo conto del rischio competitivo associato alla mortalità non cardiovascolare e delle interazioni tra età e fattori di rischio.[4] In questo modo, SCORE2-OP permette di ottenere una stima più personalizzata del rischio cardiovascolare negli individui anziani, supportando il processo decisionale clinico e la valutazione degli interventi sui fattori di rischio.[4]
Nei pazienti con diabete mellito è disponibile l’algoritmo SCORE2-Diabetes, che integra informazioni specifiche della malattia, come il controllo glicemico e la funzione renale, al fine di migliorare la stratificazione del rischio in questa popolazione.[2]
Negli Stati Uniti, i modelli di stima del rischio si sono evoluti dalle Pooled Cohort Equations (PCE) al più recente algoritmo PREVENT, che amplia la valutazione includendo ulteriori condizioni cliniche, come malattie renali e metaboliche, e consente una stima sia a 10 sia a 30 anni del rischio cardiovascolare.[2] Questo approccio riflette la crescente attenzione verso una valutazione più completa e personalizzata del rischio individuale.[2]
Un aspetto rilevante emerso negli ultimi anni è il ruolo dei cosiddetti “modificatori del rischio”, che possono migliorare la capacità predittiva degli algoritmi tradizionali.[2] Tra questi, la valutazione dell’aterosclerosi subclinica mediante tecniche di imaging, come il punteggio di calcio coronarico (CAC) o l’ecografia carotidea, consente di identificare soggetti apparentemente a basso o moderato rischio ma con un elevato burden aterosclerotic.[2]Inoltre, biomarcatori come la lipoproteina(a) possono contribuire a una più accurata stratificazione del rischio.[2]
È importante considerare che i modelli di calcolo del rischio possono sovrastimare o sottostimare il rischio in alcune categorie di pazienti, come i soggetti giovani o quelli con caratteristiche non adeguatamente rappresentate nelle popolazioni di derivazione degli algoritmi.[2] Per questo motivo, il loro utilizzo deve essere sempre integrato con il giudizio clinico.[2] Inoltre, una quota di soggetti apparentemente sani può presentare un’aterosclerosi subclinica non identificata dai modelli tradizionali, con un conseguente rischio cardiovascolare più elevato rispetto a quanto stimato.[2]
Nel complesso, la disponibilità di diversi strumenti di valutazione del rischio cardiovascolare riflette la necessità di un approccio integrato e personalizzato.[1,2] L’utilizzo combinato di algoritmi di rischio, fattori clinici e strumenti di imaging consente infatti di superare i limiti dei modelli tradizionali e di migliorare l’identificazione dei soggetti che possono beneficiare maggiormente degli interventi preventivi.[1,2]
Bibliografia:
Progetto Cuore, Istituto Superiore di Sanità. Disponibile all’indirizzo https://www.cuore.iss.it/valutazione/
Santilli F, Albrecht G, Blaha M, Lanas A, Li L, Sibbing D. Needs-based considerations for the role of low-dose aspirin along the CV risk continuum. Am J Prev Cardiol. 2024 Apr 15;18:100675. doi: 10.1016/j.ajpc.2024.100675.
Zanchè, A., Lapi, F., Grattaglia. Prevenzione cardiovascolare primaria e secondaria: utilizzo di ASA in Medicina Generale. Rivista Società Italiana di medicina Genrale, 2026.
SCORE2-OP working group and ESC Cardiovascular risk collaboration. SCORE2-OP risk prediction algorithms: estimating incident cardiovascular event risk in older persons in four geographical risk regions. Eur Heart J. 2021 Jul 1;42(25):2455-2467. doi: 10.1093/eurheartj/ehab312.




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