
L’uso degli analgesici oppioidi nel dolore acuto richiede un equilibrio tra sollievo dei sintomi, appropriatezza prescrittiva e prevenzione di eventi avversi, uso improprio e diversione. In questo percorso il farmacista può svolgere una funzione decisiva, trasformando la dispensazione in un momento di verifica e counselling strutturato.
Lo studio prospettico Acute Pain Pathways, pubblicato su JAMA Network Open, ha seguito 1.708 pazienti opioid-naive con dolore acuto trattati in differenti setting assistenziali statunitensi. La sospensione degli oppioidi è avvenuta in mediana dopo 7 giorni, con una dose giornaliera mediana di 10 mg equivalenti di morfina tra i pazienti che avevano fornito dati di dose e quantità. Tuttavia, il 10% ha riferito l’uso di questi farmaci per almeno 90 giorni, soprattutto in presenza di dolore frequente nei sei mesi precedenti.
Il primo contributo della farmacia riguarda la ricognizione farmacologica. Al momento della consegna, il professionista può intercettare potenziali criticità: concomitante impiego di altri depressori del sistema nervoso centrale, duplicazioni terapeutiche, precedenti esposizioni ad oppioidi, patologie o condizioni che aumentano la vulnerabilità agli effetti indesiderati. Questo confronto non sostituisce la valutazione prescrittiva, ma può facilitare una comunicazione tempestiva con il medico quando emergono dubbi di appropriatezza o sicurezza.
La consulenza al paziente deve chiarire finalità e limiti del trattamento. L’oppioide va assunto esclusivamente secondo le indicazioni ricevute, senza modificare autonomamente dose, frequenza o durata. È essenziale spiegare che la presenza di dolore non coincide automaticamente con la necessità di proseguire il farmaco e che la rivalutazione clinica è necessaria se il sintomo persiste, peggiora o richiede dosi maggiori. Nello studio, il beneficio analgesico riferito nelle giornate di utilizzo degli oppioidi è risultato superiore, ma di entità contenuta rispetto alle giornate trattate con opzioni non oppioidi o non farmacologiche: 60,6% contro 55,1% di sollievo medio aggiustato.
Il farmacista può inoltre valorizzare l’approccio multimodale indicato dal curante. Nelle prime due settimane, l’86,8% dei pazienti ha usato paracetamolo o ibuprofene e il 64,2% misure di supporto come ghiaccio, calore, tutori o bendaggi. Il messaggio operativo è favorire l’uso corretto e sicuro delle terapie non oppioidi prescritte o appropriate, insieme alle strategie non farmacologiche, evitando però consigli standardizzati che non considerino controindicazioni, interazioni e caratteristiche individuali.
Le confezioni residue rappresentano un tema prioritario: il 66,9% dei partecipanti che ha risposto alla domanda specifica conservava ancora oppioidi inutilizzati. Il farmacista può quindi verificare la presenza di dosi avanzate, richiamare la necessità di custodirle fuori dalla portata di bambini e terzi, non condividerle e indirizzare al corretto conferimento secondo i canali disponibili sul territorio. Nei pazienti o nei nuclei familiari a maggior rischio di overdose, il counselling può includere anche la valutazione dell’accesso al naloxone.
Il valore aggiunto del farmacista risiede, infine, nella continuità: riconoscere un utilizzo che si prolunga oltre l’atteso, rinforzare l’aderenza alle istruzioni, identificare la comparsa di sonnolenza o sedazione e orientare il paziente alla rivalutazione clinica. La presa in carico del dolore acuto non termina con la consegna del medicinale: passa anche dalla prevenzione delle esposizioni non necessarie e dalla tutela dell’intero contesto familiare.




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