
Correggere la glicemia non basta più. La diabetologia si prepara a un cambio di prospettiva che mette al centro la protezione del cuore, dei reni e del fegato, senza trascurare la qualità della vita. È il filo conduttore della 62ª edizione del congresso annuale della European Association for the Study of Diabetes (EASD), in corso a Milano fino al 2 ottobre 2026 sotto la presidenza del professor Francesco Giorgino.
Dalla glicemia alla protezione complessiva del paziente
A indicare la direzione è la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della Società italiana di diabetologia (SID). Farmaci innovativi, tecnologie digitali e medicina di precisione possono contribuire a ridurre sia le complicanze sia il peso quotidiano della malattia. Il progresso scientifico, tuttavia, dovrà tradursi in percorsi concretamente accessibili e sostenibili. «L’edizione 2026 dell’EASD segna un passaggio fondamentale nel trattamento del diabete, perché sposta decisamente il fuoco dell’attenzione dalla semplice riduzione della glicemia alla protezione globale della persona – osserva Raffaella Buzzetti – Le tre parole chiave che devono ispirare oggi la scelta del trattamento sono dunque: anticipare, intervenendo prima che compaiano danni irreversibili; personalizzare, considerando grado del rischio, organi target del diabete, preferenze del paziente e condizioni di vita; democratizzare, perché l’innovazione ha valore soltanto se raggiunge tutti quelli che ne hanno davvero bisogno». Secondo la presidente SID, il successo dipenderà anche dalla capacità del Servizio sanitario di definire le priorità, assicurare la sostenibilità delle cure, aggiornare i percorsi assistenziali e formare professionisti e pazienti.
Nuove linee guida: al centro cuore, reni e fegato
Tra gli appuntamenti più attesi figura la presentazione del nuovo Consensus Report ADA/EASD 2026, elaborato congiuntamente dalle società europea e americana di diabetologia. Il documento consolida il superamento dell’approccio esclusivamente "gluco-centrico" a favore di un modello che considera anche le principali condizioni associate al diabete, come le malattie cardiovascolari, la malattia renale cronica e la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD). «Oggi il successo terapeutico si misura sull’impatto che le terapie hanno sulla vita delle persone. Prevenire un infarto, l’insufficienza cardiaca, la dialisi e la progressione della malattia epatica significa aumentare non solo la durata di vita, ma soprattutto gli anni vissuti in buona salute», spiega Buzzetti.
GLP-1 e molecole multi-agoniste, l’attesa per i nuovi studi
Uno dei capitoli centrali dell’EASD 2026 riguarda la nuova generazione di medicinali destinati al trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità. Sotto i riflettori ci sono le terapie basate su GLP-1, GIP e amilina, insieme alle molecole multi-agoniste, studiate per intervenire simultaneamente sulla glicemia, sul peso e sul rischio di complicanze. «L’obiettivo è superare la tradizionale gestione "per singolo parametro" e affrontare insieme diabete, obesità e le loro complicanze», sottolinea la presidente SID.
Particolare attenzione è riservata ai risultati di due studi di fase 3: il TRIUMPH-2, dedicato al triplo agonista retatrutide, e il SYNCHRONIZE, sul doppio agonista survodutide. I dati potrebbero avere conseguenze sulle future linee guida e sulla pratica clinica, ma rimangono centrali l’appropriatezza prescrittiva, la tollerabilità, la continuità terapeutica e la sostenibilità per i sistemi sanitari.
Intelligenza artificiale e sensori per una gestione predittiva
Il congresso ospita anche il primo workshop EASD dedicato all’intelligenza artificiale applicata al diabete. Il confronto riguarda l’utilizzo degli strumenti digitali nei contesti clinici, il riconoscimento dei pattern glicemici e i requisiti necessari per garantire la sicurezza e la qualità dell’assistenza automatizzata. Sul fronte tecnologico, le innovazioni comprendono i sistemi automatizzati per la somministrazione dell’insulina, il monitoraggio continuo del glucosio (CGM) e il più recente monitoraggio continuo dei chetoni (CKM). L’integrazione di più sensori viene studiata anche per prevenire complicanze gravi come la chetoacidosi diabetica, rendendo più sicura la gestione del diabete di tipo 1 e delle forme avanzate di diabete di tipo 2.
«L’IA genera particolare attesa perché potrebbe integrare molti dati e aiutare professionisti e pazienti nelle decisioni. Ma va intesa come supporto alla relazione di cura, non come sostituto del medico – precisa Buzzetti – L’obiettivo è ridurre gli episodi di ipoglicemia e i picchi iperglicemici, alleggerire il carico mentale della gestione quotidiana e aumentare la sicurezza durante il sonno e l’attività fisica. I dispositivi, aggiunge la diabetologa, dovranno essere «semplici, accessibili, affidabili e alla portata anche delle persone anziane o fragili».
Diabete di tipo 2, può cambiare la terapia iniziale
Un altro risultato atteso è quello dello studio SMARTEST, chiamato a valutare se gli inibitori di SGLT2 possano sostituire la metformina come terapia di prima linea nel diabete di tipo 2. Se confermata, questa possibilità potrebbe favorire il passaggio dal tradizionale trattamento "a scalini" a una strategia precoce, orientata fin dall’inizio alla protezione cardiovascolare e renale. Per Buzzetti, la prospettiva è quella di «una protezione anticipata e un trattamento più coerente con il profilo cardiovascolare e renale individuale», riducendo al tempo stesso il rischio di inerzia terapeutica.
L’innovazione, tuttavia, non passa soltanto dai farmaci. Le sessioni del congresso dedicate all’attività fisica, alla protezione della massa muscolare, agli alimenti ultraprocessati e al bilancio energetico richiamano la necessità di integrare terapia farmacologica, alimentazione e movimento. «Non possiamo addossare tutta la responsabilità sul singolo: ambiente, condizioni economiche e accessibilità incidono moltissimo sul successo o l’insuccesso terapeutico», evidenzia la presidente SID.
Le prospettive della terapia cellulare
Per il diabete di tipo 1, l’attenzione si concentra sulla possibilità di ripristinare la produzione di insulina attraverso la sostituzione delle cellule beta. Al congresso vengono presentati i primi dati sull’uomo e i risultati a un anno ottenuti con impianti immuno-evasivi e cellule beta coltivate in laboratorio. L’obiettivo della ricerca è raggiungere l’indipendenza dall’insulina senza ricorrere a una pesante immunosoppressione.
Le tre esperienze cliniche first-in-human comprendono un trial cinese basato su isole pancreatiche autologhe ottenute da cellule pluripotenti indotte dello stesso paziente, uno studio giapponese su isole derivate da iPSC e un progetto svedese che utilizza cellule pancreatiche di donatore modificate per sfuggire al riconoscimento del sistema immunitario.
La prudenza, però, resta indispensabile. «Per la prima volta si intravede un percorso che va dalla previsione della malattia alla possibilità di modificarne l’evoluzione o di ripristinare la produzione di insulina – afferma Buzzetti – Ma questo è il settore da comunicare con maggiore prudenza: alcune soluzioni restano sperimentali e non equivalgono ancora a una cura disponibile per tutti».




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