
Nei primi 90 giorni di vita, anche un episodio febbrile apparentemente riconducibile a un’infezione virale può richiedere una valutazione del rischio di infezione batterica grave (SBI) o infezione batterica invasiva (IBI). È questo uno dei principali elementi emersi da uno studio osservazionale retrospettivo che ha analizzato l’andamento delle infezioni nei neonati febbricitanti valutati in un pronto soccorso pediatrico di terzo livello tra il 2018 e il 2025.
L’analisi ha incluso 1.529 neonati fino a 90 giorni di vita, suddivisi in tre fasce d’età: ≤28 giorni, 29-60 giorni e 61-90 giorni. Nel complesso, le SBI hanno rappresentato il 15% dei casi, mentre le infezioni virali sono risultate predominanti in tutte le fasce considerate.
Il rischio batterico, tuttavia, non era distribuito in modo uniforme con l’età. Le infezioni batteriche invasive hanno raggiunto la frequenza maggiore nei neonati di 28 giorni o meno, confermando la particolare rilevanza della prima fase della vita nella valutazione del neonato febbricitante.
A differenza delle infezioni batteriche, la circolazione dei virus ha mostrato una marcata variabilità stagionale. Durante i mesi invernali sono stati osservati i principali picchi delle infezioni respiratorie, mentre enterovirus e parechovirus hanno mostrato una maggiore circolazione nei mesi estivi. La distribuzione stagionale, quindi, ha seguito pattern differenti a seconda dei gruppi virali considerati.
Anche l’andamento nel corso degli anni ha evidenziato una dinamica diversa tra virus e batteri. I rilevamenti virali sono diminuiti nel periodo 2020-2021, per poi aumentare nuovamente a partire dal 2022. Le infezioni batteriche, invece, hanno mantenuto tassi sostanzialmente stabili durante l’intero periodo analizzato.
Proprio questa differenza tra epidemiologia virale e batterica rappresenta uno degli aspetti più interessanti dello studio. Conoscere quali virus circolano maggiormente in una determinata stagione può infatti aiutare a interpretare il quadro del neonato febbricitante, ma non sembra sufficiente per modificare da sola la valutazione del rischio batterico.
A confermarlo è soprattutto il dato sulle coinfezioni. Circa il 10% delle SBI si è verificato infatti in presenza di un’infezione virale documentata. In altre parole, identificare un virus non significa necessariamente aver individuato l’unica causa della febbre: nei neonati può essere presente contemporaneamente anche un’infezione batterica clinicamente rilevante.
Il risultato assume particolare importanza nella pratica diagnostica, perché una positività virale potrebbe altrimenti indurre a ridimensionare la probabilità di un’infezione batterica. Secondo gli autori, invece, l’epidemiologia virale dovrebbe essere utilizzata per supportare la valutazione clinica, senza sostituire gli strumenti di stratificazione del rischio batterico.
Lo studio richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di mantenere l’analisi delle urine nella valutazione del neonato febbricitante, anche in presenza di un’infezione virale identificata. La positività per un virus, infatti, non esclude una concomitante infezione batterica.
Nel complesso, i risultati delineano quindi due scenari epidemiologici distinti: le infezioni virali seguono la stagionalità, quelle batteriche no. Questa differenza può offrire informazioni utili per interpretare l’eziologia della febbre nei primi mesi di vita, ma non modifica il principio fondamentale della gestione clinica: il rischio di SBI e IBI deve continuare a essere valutato in funzione dell’età e delle caratteristiche del singolo neonato.
L’approccio proposto dagli autori è quindi integrato: utilizzare i dati sulla circolazione dei virus per comprendere meglio il contesto epidemiologico, mantenendo al tempo stesso una stratificazione del rischio batterico autonoma e sistematica. Un equilibrio particolarmente importante nei neonati più piccoli, nei quali il rischio di infezione batterica invasiva risulta maggiore.



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