
Il ministro della Salute Orazio Schillaci respinge le conclusioni del rapporto Gimbe sul definanziamento della sanità pubblica. Alla Camera contesta il calcolo dei 18,8 miliardi di "tagli invisibili" e difende gli investimenti del Governo.
I 18,8 miliardi di "tagli invisibili" denunciati dalla Fondazione Gimbe non corrispondono a risorse effettivamente sottratte al Servizio sanitario nazionale, ma derivano da una simulazione basata sul rapporto tra finanziamento sanitario e prodotto interno lordo. È la posizione espressa dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, durante il question time del 14 ottobre alla Camera, in risposta a un'interrogazione del deputato di Italia Viva Davide Faraone sui risultati dell'ultimo rapporto Gimbe.
"Quei 18,8 miliardi non compaiono nei bilanci, non sono risorse sottratte alla sanità, ma sono la distanza da uno scenario ipotetico costruito tenendo fermo il rapporto Fondo-Pil del 2022", ha affermato Schillaci, osservando che il risultato cambierebbe scegliendo un diverso anno di riferimento.
Fondo sanitario, il confronto sui finanziamenti
Il ministro ha contrapposto alle elaborazioni di Gimbe l'andamento nominale del finanziamento sanitario, sottolineando che tra il 2022 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi di euro, raggiungendo quasi 143 miliardi. Secondo Schillaci, il 2026 segna inoltre un'inversione di tendenza nel rapporto tra Fondo sanitario e PIL.
La divergenza riguarda quindi anche il criterio utilizzato per valutare l'adeguatezza delle risorse. Mentre Gimbe misura la distanza rispetto al mantenimento dell'incidenza del finanziamento sanitario sul PIL, il ministro richiama la crescita degli stanziamenti in valore assoluto. Schillaci ha contestato anche la stima di 32,3 miliardi di fabbisogno aggiuntivo, osservando che il Fondo sanitario finanzia il fabbisogno standard necessario a garantire i Livelli essenziali di assistenza, mentre la spesa sanitaria complessiva comprende ulteriori componenti.
Rinuncia alle cure e spesa privata, i dati contestati
Un altro punto della replica riguarda i 5,8 milioni di cittadini che, secondo i dati richiamati da Gimbe, avrebbero rinunciato alle cure. Schillaci ha precisato che la cifra deriva dall'applicazione all'intera popolazione del 9,9% rilevato attraverso un'indagine campionaria Istat, basata sulle risposte degli intervistati.
"Non è una fotografia, è un collage che mette insieme cause molto diverse tra di loro", ha dichiarato il ministro, precisando tuttavia di non voler ridimensionare il problema delle liste d'attesa, sulle quali ha confermato l'impegno del Governo e delle Regioni.
Sul versante della spesa sanitaria privata, Schillaci ha richiamato i dati del 2025: la spesa pubblica sarebbe cresciuta del 2,7%, mentre quella direttamente sostenuta dalle famiglie sarebbe diminuita dell'1%, pari a 434 milioni di euro. "Questo, quindi, non è il ritratto di un Paese costretto a curarsi a proprie spese perché lo Stato si ritira", ha sostenuto.
Personale sanitario e difesa del modello universalistico
Nella risposta parlamentare il ministro ha affrontato anche la questione del personale, ricordando gli stanziamenti previsti dalla legge di bilancio 2026: 450 milioni di euro per le assunzioni e 350 milioni per le indennità, oltre alle risorse già vincolate nel Fondo sanitario.
"Trattenere i nostri medici e i nostri infermieri è una priorità assoluta, che perseguiremo anche nella prossima legge di bilancio", ha assicurato Schillaci.
Il ministro ha infine difeso il modello universalistico del SSN, contrapponendolo ai sistemi prevalentemente assicurativi. Pur riconoscendo che l'Italia destina alla sanità risorse inferiori alla media europea, ha richiamato gli indicatori di salute della popolazione, tra cui una speranza di vita di 84,2 anni e livelli relativamente contenuti di mortalità evitabile.
"Spendiamo meno e viviamo di più", ha sintetizzato, sostenendo che il sistema sanitario italiano continui a rappresentare un modello di riferimento internazionale.
In chiusura Schillaci ha citato anche il miglioramento dei risultati regionali nella garanzia dei Livelli essenziali di assistenza, con il passaggio da 13 a 18 Regioni promosse. Tra le priorità indicate figurano la revisione dei criteri di riparto del Fondo sanitario, la riduzione delle liste d'attesa e gli investimenti sul personale.
"L'universalismo delle cure, però, non è una bandiera da sventolare, ma è un risultato da difendere e da migliorare insieme ogni giorno", ha concluso il ministro.




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