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Microcitoma polmonare, tarlatamab con durvalumab riduce del 58% il rischio di morte

Nello studio di fase 3 DeLLphi-305, la combinazione in mantenimento di prima linea ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, rispetto ai 12,7 mesi con il solo durvalumab, nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio
Oncologia

Lo studio ha coinvolto 563 pazienti senza progressione dopo una terapia iniziale con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere tarlatamab in combinazione con durvalumab oppure il solo durvalumab.

Con un follow-up mediano di circa 16 mesi, la sopravvivenza globale mediana ha raggiunto 21,1 mesi nel gruppo trattato con la combinazione, contro 12,7 mesi con durvalumab da solo. A un anno era vivo circa l’80% dei pazienti che avevano ricevuto entrambi i farmaci, rispetto al 53% del gruppo di controllo.

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Il beneficio ha riguardato anche la sopravvivenza libera da progressione: la mediana è stata di 7,4 mesi con tarlatamab e durvalumab, contro 1,9 mesi con il solo durvalumab, con una riduzione del 66% del rischio di progressione o morte. Il tasso di risposta obiettiva è risultato rispettivamente del 26,4% e del 4,1%.

I vantaggi in termini di sopravvivenza globale e libera da progressione sono stati osservati anche nei sottogruppi di pazienti con metastasi cerebrali o epatiche, condizioni storicamente associate a una prognosi sfavorevole.

Il ruolo di tarlatamab e il profilo di sicurezza

Tarlatamab è un’immunoterapia bispecifica diretta contro DLL3, una proteina espressa frequentemente sulle cellule del carcinoma polmonare a piccole cellule, e CD3, presente sui linfociti T. Il farmaco favorisce l’interazione tra le cellule immunitarie e quelle tumorali, promuovendo l’eliminazione delle cellule maligne che esprimono DLL3.

Nel trial, gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore sono stati riportati nel 20,9% dei pazienti trattati con la combinazione, rispetto al 10,8% con durvalumab. La sindrome da rilascio di citochine si è verificata nel 49,6% dei pazienti che hanno ricevuto tarlatamab, prevalentemente con gravità di grado 1 o 2; un caso è stato di grado 3. La neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie (ICANS) è stata segnalata nell’1,1% dei pazienti, senza eventi di grado 3 o superiore.

I risultati indicano un potenziale beneficio dell’introduzione di tarlatamab già nella fase di mantenimento dopo la chemio-immunoterapia iniziale. Saranno ora rilevanti le valutazioni regolatorie e il confronto con le strategie terapeutiche attualmente disponibili.

Oncologia
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