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Diabete tipo 1, scoprirlo prima dei sintomi: la sfida dello screening precoce

Le nuove strategie puntano a intercettare precocemente la malattia e a seguirne l'evoluzione prima dell'esordio clinico. Al 31° congresso SID, il punto su screening pediatrico, accesso alle tecnologie ed equità delle cure.
Diabete tipo 1, scoprirlo prima dei sintomi: la sfida dello screening precoce
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Intervenire prima che compaiano i sintomi. È una delle frontiere che stanno modificando la prospettiva sul diabete di tipo 1, al centro del 31°congresso nazionale della Società italiana di diabetologia (SID), che si è svolto a Rimini. Grazie alla ricerca di specifici autoanticorpi è possibile individuare precocemente il processo autoimmune contro le cellule beta pancreatiche e seguire i bambini e gli adolescenti a rischio prima dell'esordio clinico della malattia.

Screening pediatrico, individuare la malattia prima dei sintomi

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Attraverso la ricerca di specifici autoanticorpi è possibile riconoscere bambini e adolescenti nei quali il processo autoimmune contro le cellule beta pancreatiche è già iniziato, anche in assenza di sintomi e con valori normali di glicemia. La legge 130 del 2023 ha aperto in Italia la strada a un programma nazionale di screening pediatrico per il diabete di tipo 1 e la celiachia. Il progetto D1Ce Screen, presentato al congresso, punta a raccogliere evidenze sulla sua applicazione nella popolazione italiana.

Una sessione presieduta da Raffaella Buzzetti e Paolo Fiorina ha affrontato evidenze cliniche, modelli organizzativi, sostenibilità ed equità di accesso. La diagnosi precoce può consentire di seguire i minori a rischio, ridurre la probabilità che la malattia esordisca con una chetoacidosi diabetica e, in casi selezionati, valutare strategie capaci di rallentarne la progressione. Lo screening, precisa il comunicato, è però realmente utile soltanto quando a un risultato positivo corrispondono una presa in carico definita, consulenza e monitoraggio specialistico.

Il rischio di una diabetologia a due velocità

Farmaci innovativi, sensori glicemici, microinfusori e sistemi automatizzati possono migliorare la vita delle persone con diabete, ma la loro disponibilità non coincide necessariamente con un accesso uniforme. Differenze territoriali, carenza di personale formato e disomogeneità nell’organizzazione dell’assistenza possono determinare opportunità terapeutiche diverse in base alla Regione di residenza o alle condizioni socioeconomiche.

Il divario tra disponibilità delle tecnologie e loro effettiva adozione negli adulti con diabete di tipo 1 è stato al centro della lettura "Perugia Award", affidata ad Alanna Weisman, dell’Università di Toronto. Alla tavola rotonda FeSDI del 30 ottobre hanno partecipato, tra gli altri, Raffaella Buzzetti e Salvatore De Cosmo, presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e della Federazione delle Società Diabetologiche Italiane (FeSDI).

«Non possiamo accettare una diabetologia a due velocità – afferma Buzzetti – L’innovazione non deve dipendere dal codice postale, dal reddito o dalla capacità del singolo paziente di orientarsi nel sistema sanitario. Spendere meglio non significa necessariamente spendere meno: significa investire dove possiamo ottenere il maggiore beneficio per la salute delle persone». 

Una ricerca capace di raggiungere le persone

Il congresso ha dedicato spazio anche alla ricerca indipendente, alla medicina di precisione, alla genetica, all’immunologia del diabete, ai nuovi biomarcatori e ai risultati presentati dai giovani ricercatori. «Dietro ogni dato, ogni algoritmo e ogni nuova molecola c’è una persona», conclude la presidente. «Il nostro obiettivo non è soltanto una diabetologia scientificamente più avanzata, ma una diabetologia più giusta, capace di anticipare la malattia, personalizzare le cure e rendere il progresso accessibile a tutti. Perché la vera misura dell’innovazione non è quanto lontano riesce ad arrivare la scienza, ma quante persone riesce a raggiungere». 

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