
Il reflusso gastroesofageo, ricorda l'esperto, è un problema importante in pediatria "anche se oggi gli esperti preferiscono non parlare di 'reflusso' ma di 'patologie acido-correlate', che indicano un'ampia variabilità di condizioni cliniche". Al di là delle definizioni tecniche, però, restano i dati allarmanti. "Nei bambini sopra gli otto anni il problema riguarda l'8-12% della popolazione". Meno colpiti i più piccoli, il 5% tra 1 e 7 anni, mentre sotto l'anno d'età il problema riguarda soprattutto i bimbi a rischio, ovvero cerebrolesi oppure quelli che hanno subito interventi chirurgici allo stomaco (uno ogni 8 mila nati) o all'esofago.
E l'età influisce anche sulle possibilità di diagnosi. "Il bambino con più di 8 anni - spiega Romano - sa meglio definire i sintomi, sa dunque spiegare di avere bruciore o dolore di stomaco, nausea. Più problematica la situazione per i più piccoli che si lamentano di meno, non sanno indicare cosa fa loro male". In questo caso sta ai genitori e al pediatra individuare il problema. "Sintomi, come il rigurgito - prosegue Romano - sono un campanello d'allarme quando interferiscono con la qualità della vita. Il sospetto nasce se il bambino interrompe la sue normali attività, il gioco, la frequenza scolastica, il sonno o rifiuta il cibo. Questi per noi sono criteri che fanno sospettare una patologia organica. Non sempre, quindi, il rigurgito è un segnale significativo se non è legato a queste altre
'spie'".

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