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Via libera al telelavoro nella Pubblica amministrazione

Anche per convegni e riunioni viene raccomandata la "modalità telematica"
Sanità pubblica

Scattano le norme che semplificano l'utilizzo dello smart working, il cosiddetto lavoro agile, ma il nostro Paese su questo tema è ancora indietro. Nel decreto che attua le prime norme del Governo contro l'emergenza Coronavirus si prevede la possibilità per le aziende di sei regioni italiane (Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Liguria) di far lavorare i propri dipendenti da casa senza un accordo preventivo (previsto dalla legge sul lavoro agile del 2017) fino al 15 marzo in modo da evitare la diffusione del contagio. La richiesta può arrivare anche dal lavoratore delle zone interessate all'azienda che però può rifiutarsi per "motivate ragioni organizzative".

In Italia secondo gli ultimi dati disponibili lavorano con lo smart working (stabilmente o occasionalmente) circa 354.000 persone, meno del 2% dei lavoratori complessivi, ma le persone potenzialmente occupabili con questi sistemi - secondo i calcoli della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro - sarebbero 8,3 milioni. Ipotizzando che un terzo di questi lavorasse da casa, il lavoro agile potrebbe riguardare circa 2,7 milioni di persone portando il Paese sulle medie dei grandi paesi europei. Secondo gli ultimi dati Eurostat nel 2018 l'11,6% dei lavoratori europei alle dipendenze di imprese o organizzazioni pubbliche praticava smart working, lavorando da casa saltuariamente (8,7%) o stabilmente (2,9%), grazie alle opportunità messe a disposizione delle nuove tecnologie.

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In Italia la percentuale si ferma al 2% a fronte del 20,2% del Regno Unito, del 16,6% della Francia e dell'8,6% della Germania mentre nel Nord Europa si supera in alcuni casi (Svezia e Olanda) il 30%. La modalità del "lavoro agile" - si legge nel decreto di attuazione - è applicabile, in via provvisoria, fino al 15 marzo 2020, per i datori di lavoro aventi sede legale o operativa nelle Regioni Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria" e per i lavoratori "ivi residenti o domiciliati che svolgano attività lavorativa fuori da tali territori" anche in assenza di accordi individuali. Il lavoro agile, secondo la legge che lo ha regolamentato, è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato "con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici" che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro.

La definizione di smart working, contenuta nella legge del 2017 pone l'accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l'accordo individuale e sull'utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone) ma in questo caso, almeno fino a 15 marzo, per evitare il rischio contagio da coronavirus, viene meno la volontarietà e le aziende possono decidere di mettere il dipendente in smart working in "automatico". Anche il dipendente che teme il contagio può chiedere di lavorare in modalità agile ma l'azienda può rifiutare questo tipo di prestazione per ragioni organizzative. "Esiste certamente - spiega il presidente della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro, Rosario De Luca - la possibilità per il dipendente di scegliere di applicare per sé stesso la disciplina del lavoro agile. Però il rimando generico ai principi della legge 81/2017 lascia aperta la possibilità del datore di lavoro di rifiutare per motivate ragioni organizzative, anche perché l'autocertificazione prevista va depositata esclusivamente dal datore di lavoro".

Sanità pubblica
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