
Il modello che integra salute umana, animale e ambientale è ormai condiviso nelle politiche sanitarie. Ma tra principi e applicazione si inseriscono vincoli organizzativi, dati non interoperabili e responsabilità frammentate
L’idea che la salute umana sia inseparabile da quella degli animali e dell’ambiente non nasce con le politiche sanitarie contemporanee. Con l’ipotesi di Gaia, James Lovelock descriveva già negli anni Settanta la Terra come un sistema unico, in cui le diverse componenti interagiscono in modo continuo e non separabile.
L’approccio "One Health" rappresenta oggi il tentativo di tradurre quella visione in organizzazione dei sistemi sanitari. Il punto è che questa traduzione si interrompe proprio nel passaggio decisivo: quello che porta da un principio condiviso a un assetto operativo stabile.
Dalle strategie ai sistemi: il passaggio incompiuto
Il workshop internazionale ospitato dall’Istituto superiore di sanità ha confermato quanto il modello sia ormai acquisito sul piano delle strategie. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza sanitaria attraverso una sorveglianza integrata delle minacce che emergono all’interfaccia tra uomo, animale e ambiente, in particolare zoonosi e malattie trasmesse da vettori . Ma è nello stesso contesto che emergono, con chiarezza, i limiti della sua applicazione.
Il primo riguarda la struttura stessa dei sistemi. L’integrazione tra salute umana, veterinaria e ambientale presuppone che ambiti nati e sviluppati separatamente condividano dati, strumenti e responsabilità. Nella pratica, però, questi ambiti continuano a funzionare secondo logiche autonome. I sistemi informativi non sono costruiti per dialogare in modo sistematico, le filiere decisionali restano distinte, e l’incontro tra i diversi livelli avviene spesso a valle, quando il problema è già emerso, più che a monte, nella fase di prevenzione.
Il punto di caduta: la sorveglianza che non si integra
Questa distanza diventa evidente nella sorveglianza. Le minacce che "One Health" dovrebbe intercettare precocemente - dalle zoonosi alle infezioni trasmesse da vettori - si sviluppano proprio nello spazio di intersezione tra settori diversi. Eppure, nella maggior parte dei contesti, la raccolta e l’analisi dei dati continuano a seguire percorsi paralleli, con tempi e modalità che non sempre consentono una lettura integrata del rischio.
La frammentazione dei sistemi informativi e l’interoperabilità incompleta non sono quindi un limite tecnico marginale, ma uno degli elementi che impediscono al modello di funzionare pienamente. Il principio di "One Health", in definitiva, viene applicato attraverso una moltitudine di sistemi separati e non dialoganti.
Progetti che funzionano, sistemi che non assorbono
A questo si aggiunge un secondo livello, meno visibile ma altrettanto rilevante, che riguarda la natura stessa degli interventi. Le esperienze più avanzate di integrazione nascono spesso all’interno di progetti specifici, sostenuti da finanziamenti dedicati e costruiti attorno a reti di collaborazione.
In questi contesti il modello funziona, produce risultati, dimostra la propria efficacia. Ma proprio perché resta legato a iniziative circoscritte fatica a trasformarsi in struttura permanente. Quando il progetto si chiude, l’integrazione tende a ridursi, e il sistema torna a operare secondo assetti tradizionali. Iprogetti pilota, insomma, indicano che la strada è giusta e percorribile. Ma richiede uno sforzo organizzativo e di governance che è inevitabilmente superiore a quello necessario.
Responsabilità frammentate e decisioni lente
Il terzo elemento riguarda quindi la distribuzione delle responsabilità. Integrare significa anche ridefinire chi decide, e su quali basi. Nella gestione di un rischio zoonotico o ambientale, la catena decisionale attraversa ambiti diversi, ciascuno con proprie competenze e proprie priorità.
In assenza di un disegno istituzionale chiaro, il coordinamento si fonda più sulla collaborazione tra attori che su meccanismi formalizzati. È una soluzione che può funzionare in condizioni ordinarie, ma che mostra limiti quando è richiesta una risposta rapida e unitaria.
Il caso italiano: integrazione praticata, non strutturata
In questo quadro, il caso italiano non rappresenta un’eccezione. Anche nel nostro Paese esistono competenze avanzate, reti di collaborazione e esperienze di integrazione, spesso di alto livello. Ma il passaggio a un modello strutturato, capace di incorporare stabilmente l’approccio "One Health" nell’organizzazione dei servizi, resta incompleto.
L’integrazione è presente nelle pratiche, meno nei sistemi. Anche se come slogan, "One Health", funziona molto bene. E si adatta a tutto.
Oltre il principio
"Non c’è salute umana senza salute animale. Non c’è salute animale senza salute ambientale", è stato ricordato nel corso del workshop. Il problema non è più affermare questo principio, ma costruire le condizioni perché diventi operativo.
Finché sanità umana, veterinaria e ambiente continueranno a essere organizzati come ambiti distinti che collaborano, e non come parti di un sistema integrato, "One Health" resterà una cornice condivisa ma parzialmente realizzata. Nel peggiore dei casi, marketing politico.
E in un contesto in cui le minacce sanitarie nascono proprio da questa interconnessione, lo scarto tra teoria e pratica smette di essere un limite concettuale e diventa un problema concreto di tenuta dei sistemi.
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