
Doppio canale per i medici di famiglia, estensione della pediatria, nuove regole di formazione e scontro aperto con i sindacati. Il tutto mentre si avvicinano le scadenze del PNRR e il confronto si sposta sulle Regioni
Il riordino della medicina territoriale sta entrano in una fase decisiva, come testimonia la lunga serie di interventi che si sviluppano contemporaneamente tra governo, Parlamento e rappresentanze professionali.
Al centro c’è la bozza di riforma elaborata dal ministro della Salute Orazio Schillaci, che introduce - come noto - un sistema "a doppio canale" per i medici di famiglia. Accanto alla convenzione, che resta il modello principale ma viene rafforzata con nuovi obblighi organizzativi, viene prevista la possibilità di un rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale, su base volontaria e programmata.
L’obiettivo dichiarato è quello di rendere operative le Case della Comunità e più in generale la rete territoriale prevista dal PNRR, che richiede una presenza strutturata e coordinata di professionisti.
Le misure sul tavolo
Oltre al doppio canale, la bozza contiene altri interventi rilevanti. Tra questi l’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria quadriennale in medicina generale, che dovrebbe sostituire l’attuale percorso di formazione.
Un’altra misura significativa è l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni. L’ipotesi, già sostenuta da tempo dalla Federazione italiana medici pediatri, è stata accolta positivamente dal presidente Antonio D’Avino, che però ha chiesto "una vera fase negoziale" e un inserimento della misura in una riforma complessiva dell’assistenza territoriale.
Secondo le stime contenute nella bozza, l’intervento comporterebbe un costo di oltre 523 milioni di euro all’anno e la necessità di circa 1.300 pediatri in più, aprendo un tema di sostenibilità in un impianto che nelle intenzioni iniziali doveva essere a invarianza finanziaria.
Il ruolo del Parlamento e le proposte parallele
Accanto all’iniziativa del Ministero, in Parlamento si muovono proposte che intervengono sullo stesso ambito. Tra queste la proposta di legge sulla medicina generale che prevede una maggiore integrazione dei medici nel sistema pubblico, con obblighi di attività nelle strutture territoriali.
Si tratta di interventi non formalmente collegati alla riforma Schillaci, ma che insistono sugli stessi equilibri e contribuiscono a rendere il quadro più complesso.
Le reazioni dei sindacati
Il confronto con le rappresentanze professionali è particolarmente acceso. Il Sindacato medici italiani, guidato da Pina Onotri, ha espresso un giudizio netto sulla bozza, affermando che "mantiene tutte le criticità già evidenziate" e mettendo in dubbio la reale portata del doppio canale: "sarà solo per pochi". Lo stesso sindacato ha sollevato dubbi sulla sostenibilità operativa del modello, sottolineando che i medici "non possono lavorare nei loro studi e assolvere il debito orario nelle Case di Comunità" senza un inquadramento più chiaro.
In parallelo, lo Smi ha portato a Strasburgo il tema del diritto di sciopero, chiedendo una verifica sulla compatibilità della normativa italiana con la Carta sociale europea, in un passaggio che lascia intravedere come il confronto possa irrigidirsi anche sul piano sindacale.
Critiche sono arrivate anche dalla Federazione italiana medici pediatri e da altre organizzazioni, che pur esprimendo aperture su singole misure hanno insistito sulla necessità di un confronto strutturato con professionisti e Regioni.
Le posizioni politiche
Inevitabilmente anche sul piano politico emergono orientamenti diversi. Esponenti della maggioranza, come il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, hanno sostenuto la riforma, definendola "un intervento coraggioso" e sottolineando la necessità di rafforzare l’assistenza territoriale anche attraverso una maggiore integrazione dei medici.
Dall’opposizione arrivano invece posizioni più caute. La vicepresidente del Senato Mariolina Castellone ha invitato ad attendere il testo completo, evidenziando il rischio che le Case della Comunità restino "cattedrali nel deserto" senza personale e modelli organizzativi efficaci.
Anche tra le Regioni prevale una linea di attesa. Il presidente del Lazio Francesco Rocca ha parlato di una "illustrazione convincente" ma ha sottolineato la necessità di valutare il testo prima di esprimere un giudizio definitivo.
Il passaggio decisivo: le Regioni
La riforma entra quindi nella decisiva fase di confronto con le Regioni, che avranno un ruolo centrale nella sua attuazione. Sarà a questo livello che le indicazioni generali dovranno essere tradotte in modelli operativi, con scelte su programmazione, personale e organizzazione dei servizi.
Il passaggio è cruciale, perché è qui che si misurerà la capacità del sistema di adattare le riforme a contesti territoriali molto diversi. Il riordino della medicina territoriale si sviluppa quindi attraverso una pluralità di interventi e di posizioni. Allo stesso tempo il percorso si intreccia con le scadenze del PNRR, che richiedono la piena operatività delle strutture territoriali.
In questo contesto, la fase di confronto e di attuazione rappresenta il punto in cui le diverse linee – istituzionali, politiche e professionali – dovranno trovare un equilibrio concreto. Ed è da questo passaggio che dipenderanno gli sviluppi dei prossimi mesi.
L’infinito tema della governance
Questo quadro, che fotografa un clima di tensione e incertezza, richiama un tema strutturale del sistema sanitario italiano: la capacità di governance del livello centrale. Il Ministero della Salute, più che un centro decisionale pienamente autonomo, si muove oggi in un contesto istituzionale che ne limita l’azione, anche al di là delle responsabilità dei singoli ministri.
La riforma del Titolo V della Costituzione ha rafforzato il ruolo delle Regioni, determinando una forte articolazione dei modelli sanitari sul territorio. A questo si aggiunge il fatto che molti strumenti strategici, in particolare quelli legati al finanziamento e alla sostenibilità della spesa, sono condizionati dal quadro di finanza pubblica e dal ruolo del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ne deriva un equilibrio in cui l’indirizzo politico nazionale fatica a tradursi in una governance unitaria.
In questo contesto, la sensazione è che la riforma possa essere portata a compimento almeno sul piano formale entro le scadenze previste, anche alla luce delle pressioni legate al PNRR. Per il Governo, inoltre, si tratta di un passaggio politicamente rilevante, difficilmente rinviabile, specialmente in un contesto in cui sono emerse criticità e difficoltà politiche di non poco conto a livello interno e internazionale. Il tutto a un anno dalle elezioni.
Resta comunque aperta la fase più complessa, quella dell’attuazione. È qui che si giocherà il confronto tra Governo, Regioni e rappresentanze professionali, con la possibilità che le tensioni emerse in questa fase si ripropongano nel tempo, in modo ancora più evidente, proprio a livello territoriale.
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