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Medicina generale, lo SMI apre alla dipendenza nelle Case di Comunità: “Ma solo su base volontaria”

Nel nuovo comunicato sulla riforma della medicina generale, il Sindacato Medici Italiani conferma il no a ruolo unico e debito orario, ma introduce anche aperture sul rapporto di dipendenza e sulla medicina dei servizi.
Sindacato

Il confronto sulla riforma della medicina generale continua a muoversi tra irrigidimenti pubblici e tentativi di ridefinizione progressiva degli equilibri interni alla categoria. Ed è proprio leggendo tra le righe dell’ultimo comunicato diffuso dallo SMI che emergono alcuni elementi nuovi rispetto alle posizioni più nette espresse nelle scorse settimane.

Il sindacato conferma infatti il proprio no al ruolo unico, al debito orario e a una "retribuzione legata agli obiettivi", ma allo stesso tempo introduce aperture significative sul rapporto di dipendenza e sul possibile ruolo dei medici all’interno delle Case di Comunità.

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"La medicina generale non può essere riformata contro i medici, né nonostante i medici", scrive la Segreteria nazionale SMI SMI, criticando il ricorso a un decreto-legge per una riforma considerata troppo ampia per essere affrontata con una procedura d’urgenza.

Non più solo contrapposizione tra convenzione e dipendenza

Il punto più interessante del comunicato riguarda però probabilmente il modo in cui lo SMI ridefinisce il tema della dipendenza. Se nelle prime fasi del confronto il dibattito sembrava giocarsi soprattutto sulla contrapposizione tra modello convenzionato e rapporto dipendente, oggi il quadro appare più articolato.

Il sindacato apre infatti esplicitamente alla possibilità di un rapporto di dipendenza all’interno delle Case di Comunità, purché limitato all’area delle cure primarie e fondato sull’adesione volontaria dei professionisti. "Abbiamo detto sì al rapporto di dipendenza all’interno delle Case di Comunità ma come medici di cure primarie", si legge nel comunicato.

Una formulazione che sembra voler evitare soprattutto il rischio di una progressiva perdita di identità professionale della medicina generale dentro i nuovi modelli territoriali.

Il timore di una progressiva sostituzione del MMG

Il passaggio forse più significativo del testo riguarda infatti il riferimento alle altre specializzazioni. "Le cure primarie non possono essere ‘appaltate’ a geriatri, neurologi oppure ad altre specializzazioni", afferma lo SMI, richiamando anche la direttiva europea sull’esercizio della professione di medico di medicina generale.

Dietro questa posizione emerge una preoccupazione che attraversa ormai buona parte del confronto sulla riforma territoriale: che le Case di Comunità possano evolvere in strutture sempre più flessibili sul piano organizzativo, con una progressiva diluizione del ruolo tradizionale del medico di famiglia.

Non a caso il sindacato insiste anche sulla valorizzazione della medicina dei servizi come "canale preferenziale" per lavorare all’interno delle nuove strutture territoriali.

Sì alla specializzazione universitaria

Nel documento viene inoltre confermata l’apertura dello SMI alla trasformazione della formazione in medicina generale in una vera specializzazione universitaria.

Il sindacato si dichiara favorevole anche all’equipollenza "diretta ed immediata" per i medici già formati attraverso il tradizionale corso di formazione specifica in medicina generale.

Anche questo passaggio segnala come il confronto stia progressivamente uscendo dalla sola logica oppositiva per entrare nel merito del futuro assetto professionale della categoria.

Verso la manifestazione del 28 maggio

Resta comunque confermato lo stato di mobilitazione. Lo SMI ha annunciato una manifestazione nazionale davanti al Ministero della Salute per il 28 maggio, aperta "a tutti i colleghi e ai cittadini che condividono i contenuti della piattaforma".

Al di là dell’iniziativa di piazza, però, il dato politico più rilevante sembra comunque essere un altro: le organizzazioni della medicina generale continuano a contestare alcuni punti centrali della riforma, ma iniziano contemporaneamente a delineare condizioni, limiti e possibili forme di mediazione sul nuovo modello territoriale.

Segno che il confronto si sta spostando sempre di più dal semplice rifiuto del cambiamento alla definizione concreta di come dovrà essere organizzata la medicina generale dentro le Case di Comunità.

Sindacato
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