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Stress cronico e benessere femminile: uno studio italiano misura gli effetti su cuore, metabolismo e funzioni cognitive

Salute della donna Annalucia Migliozzi | 28/05/2026 11:07

Una ricerca pubblicata su Healthcare analizza un protocollo multimodale in donne lavoratrici e madri, evidenziando possibili benefici su variabilità cardiaca, adattamento metabolico e risposta allo stress

Lo stress cronico legato ai ritmi quotidiani potrebbe lasciare tracce misurabili non solo sul piano psicologico, ma anche su parametri neurofisiologici e metabolici. È quanto emerge da uno studio italiano pubblicato sulla rivista scientifica Healthcare, che ha valutato gli effetti del protocollo multimodale “e-Motion” in un gruppo di donne sane sottoposte alle pressioni della vita lavorativa e familiare.

La ricerca si basa sul concetto neuroscientifico di “embodied mind”, secondo cui mente, corpo, emozioni e movimento rappresentano sistemi strettamente interconnessi.

Lo studio è stato sviluppato da un team multidisciplinare composto, tra gli altri, da Marco Iosa, neuroscienziato e docente presso la Sapienza Università di Roma, insieme ad Andrea Chellini, Simone Schinco, Giovanni Morone e Claudia Salera.

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L’indagine ha coinvolto 33 donne lavoratrici e madri monitorate per sei settimane attraverso un approccio definito “embodimetrico”, basato sull’analisi integrata di variabili cardiache, cognitive e motorie. Le partecipanti sono state sottoposte a valutazioni della variabilità cardiaca, della memoria, dell’attenzione, della mobilità corporea e del tessuto adiposo superficiale, con l’obiettivo di comprendere le risposte dell’organismo allo stress quotidiano.

Il protocollo “e-Motion” combinava respirazione nasale, esercizi posturali, attività fisica leggera, stimolazione cognitiva, alimentazione gluten free, integrazione con magnesio bisglicinato e momenti di contatto affettivo, come l’abbraccio quotidiano. Tutte attività progettate per essere sostenibili nella routine quotidiana e monitorate tramite un’app dedicata.

Secondo i risultati pubblicati, le donne che hanno seguito il protocollo hanno mostrato miglioramenti nella variabilità del ritmo cardiaco, parametro utilizzato per valutare la capacità dell’organismo di reagire e recuperare dagli stimoli stressanti. I ricercatori hanno osservato una risposta più efficiente del sistema nervoso autonomo, coinvolto nella regolazione di battito cardiaco, respirazione ed equilibrio psicofisico.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il tessuto adiposo superficiale (SAT), considerato un possibile indicatore biologico dell’adattamento allo stress cronico. Dopo sei settimane, la quota di partecipanti con valori ritenuti fisiologici è aumentata dal 47,1% all’82,4%, mentre nel gruppo di controllo non sono stati registrati cambiamenti significativi.

Lo studio ipotizza inoltre una correlazione tra adattamento neurofisiologico e metabolismo cellulare. In presenza di condizioni percepite come prolungate e stressanti, il sistema nervoso potrebbe ridurre progressivamente la propria capacità di risposta, mentre alcune funzioni metaboliche subirebbero modificazioni adattative. In questo contesto il SAT potrebbe rappresentare un biomarcatore utile, anche se gli autori sottolineano la necessità di ulteriori validazioni scientifiche.

Per la prima volta viene proposto anche un valore soglia di riferimento per il tessuto adiposo superficiale nei soggetti sani, fissato a 1,3 centimetri sulla base dei dati adipometrici disponibili. Secondo i ricercatori, il lavoro apre la strada a nuovi studi dedicati alle connessioni tra stress cronico, metabolismo, funzioni cognitive e qualità della vita, in un ambito ancora poco esplorato attraverso parametri fisiologici oggettivi.

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