
I dati degli studi B-Well 1 e B-Well 2, pubblicati sul New England Journal of Medicine e presentati al congresso EASL, evidenziano tassi di remissione funzionale significativamente superiori rispetto alla terapia standard, storicamente limitata nel raggiungimento di questo obiettivo clinico.
L’analisi combinata dei due trial ha mostrato che un trattamento della durata di sei mesi con bepirovirsen ha consentito di ottenere una remissione funzionale nel 19% della popolazione complessiva studiata, contro l’assenza di risposta osservata nel braccio placebo. Il beneficio è apparso ancora più marcato nei pazienti con livelli inferiori di antigene di superficie del virus dell’epatite B (HBsAg ≤1000 UI/mL), dove il tasso di risposta ha raggiunto il 26%.
La remissione funzionale, endpoint considerato sempre più rilevante nelle più recenti linee guida cliniche, corrisponde alla persistente non rilevabilità sia del DNA virale sia dell’antigene di superficie dopo la sospensione della terapia, riflettendo un controllo immunologico stabile dell’infezione senza necessità di trattamento continuativo.
Secondo gli investigatori, il dato assume particolare rilievo se confrontato con l’attuale standard terapeutico, che richiede spesso un approccio cronico e consente percentuali di remissione inferiori all’1%. A livello epidemiologico, il potenziale impatto resta elevato: oltre 240 milioni di persone convivono con l’epatite B cronica nel mondo, una condizione associata a un importante burden clinico e oncologico.
Ulteriori evidenze emergono dalle analisi esplorative. A dodici mesi dalla conclusione del trattamento, quasi un paziente su due (49%) trattato con bepirovirsen ha raggiunto livelli quantitativi di HBsAg ≤100 UI/mL, parametro correlato in letteratura a un miglior controllo immunitario e a esiti clinici più favorevoli. Parallelamente, una quota significativa di soggetti ha mantenuto una soppressione sostenuta del DNA virale fino alla settimana 72.
Dal punto di vista della sicurezza, il profilo di tollerabilità è risultato coerente con quanto osservato nei precedenti programmi clinici sul farmaco. Gli eventi avversi riportati più frequentemente includono reazioni locali nel sito di somministrazione, dolore in sede di iniezione e incrementi transitori degli enzimi epatici.
Per GSK, i risultati rafforzano la strategia di espansione in epatologia, un’area che comprende programmi dedicati non solo all’epatite B cronica, ma anche alla steatoepatite associata a disfunzione metabolica (MASH) e alla malattia epatica alcol-correlata.


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