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Il valore della comunicazione medico-scientifica nell’epoca dell’intelligenza artificiale

Aziende farmaceutiche Salvatore Ruggiero | 29/05/2026 18:03

Ci sono nomi semplici da ricordare e nomi che, per essere pronunciati correttamente, richiedono già una certa forma di allenamento: il Premio delle Eccellenze dell’Informazione Scientifica e della Centralità del Paziente appartiene certamente alla seconda categoria, ma questa apparente complessità lessicale racconta bene anche la complessità reale del progetto, perché non si tratta semplicemente di premiare una campagna, un contenuto, un’iniziativa o un’azienda; si tratta, piuttosto, di riconoscere quei progetti di comunicazione medico-scientifica che hanno saputo produrre valore nella pratica clinica, nella relazione con il medico e, in ultima istanza, nella qualità dell’informazione che arriva al paziente.

L’importanza del Premio sta proprio qui: non nasce da una short list di candidature spontanee, non chiede ai medici di scegliere tra soluzioni già preordinate, ma si fonda su un processo più faticoso, più incerto e, proprio per questo, molto più significativo. Da ottobre o novembre, quando il lavoro dell’edizione annuale comincia realmente, ai medici viene chiesto di indicare liberamente quali progetti di comunicazione abbiano trovato utili, efficaci, interessanti o rilevanti per la propria attività professionale. Non una selezione guidata, dunque, ma una raccolta aperta; non un voto su ciò che qualcuno ha deciso di mostrare, ma una vera nomination dal basso, generata da chi ogni giorno deve orientarsi tra informazioni, aggiornamenti, pressioni organizzative, bisogni clinici e relazione con i pazienti.

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È questo il primo elemento che rende il Premio diverso da molti altri riconoscimenti del settore: essere nominati significa che un progetto ha lasciato una traccia nella memoria professionale del medico, ha superato il rumore di fondo della comunicazione quotidiana, ha intercettato un bisogno concreto e, soprattutto, è stato percepito come utile. In un tempo in cui tutti comunicano, tutti producono contenuti e tutti rivendicano attenzione, riuscire a essere ricordati da un medico per la qualità di una iniziativa di informazione scientifica è già un risultato rilevante; potremmo dire che la nomination è essa stessa il premio, perché indica che la comunicazione ha fatto centro.

 

L’evento di presentazione delle nomination, che precede la serata finale di premiazione, ha quindi un valore specifico: consente alle aziende farmaceutiche, alle associazioni, alle società scientifiche, alle istituzioni e a tutti gli attori coinvolti nella comunicazione della salute di comprendere quali progetti siano stati effettivamente riconosciuti dai medici come significativi. È un momento di lettura del mercato, ma sarebbe riduttivo chiamarlo così; è piuttosto un osservatorio sulla trasformazione della comunicazione medico-scientifica, perché permette di vedere dove si sta spostando l’attenzione dei professionisti sanitari, quali linguaggi risultano più efficaci, quali iniziative riescono a generare fiducia e quali modelli, invece, rischiano di rimanere confinati nella logica autoreferenziale di chi comunica senza sapere davvero se qualcuno ha ascoltato.

 

In questo contesto si è inserita la tavola rotonda dedicata all’intelligenza artificiale, tema apparentemente inevitabile e ormai presente in qualunque dibattito pubblico, ma che abbiamo provato ad affrontare da una prospettiva diversa: non come pura tecnologia, non come moda del momento, non per contrapporre favorevoli a contrari, ma come fattore destinato a incidere profondamente sulla relazione tra medico, paziente, informazione e responsabilità. La domanda vera, infatti, non è se l’intelligenza artificiale entrerà nella sanità, perché vi è già entrata; la domanda è come cambierà il modo in cui il medico interpreta i dati, comunica con il paziente, filtra le informazioni e difende la qualità della decisione clinica.

Il primo punto emerso con forza riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale come supporto, non come sostituzione.

Nella pratica clinica, soprattutto in alcune aree ad alta complessità come l’oncologia, l’AI può aiutare nei processi diagnostici, nella lettura di documenti, nella gestione di attività burocratiche e nella riduzione di quel carico amministrativo che sottrae tempo alla cura; tuttavia, proprio perché la medicina non è soltanto calcolo, classificazione o correlazione statistica, resta indispensabile il ruolo dell’uomo nel controllare, interpretare, correggere e contestualizzare. L’intelligenza artificiale può produrre risposte molto utili, ma il medico deve restare nel processo decisionale, perché è lui che conosce il contesto clinico, il paziente concreto, la storia individuale, le comorbidità, le fragilità e tutte quelle variabili che nessun modello, da solo, può trasformare automaticamente in giudizio clinico.

Il secondo punto riguarda la comunicazione medico-paziente, che l’intelligenza artificiale non semplifica, ma rende ancora più delicata. Il paziente arriva sempre più spesso dal medico dopo avere cercato informazioni online, dopo avere interrogato Google, Perplexity, ChatGPT o altri strumenti, e porta con sé diagnosi ipotizzate, esami richiesti, terapie immaginate, paure amplificate e talvolta convinzioni già strutturate. Questo non deve essere letto solo come un problema, perché un paziente più informato può anche diventare un interlocutore più consapevole; tuttavia, se l’informazione non viene filtrata, contestualizzata e ricondotta dentro una relazione di fiducia, può diventare disinformazione, ansia, aspettativa irrealistica o richiesta inappropriata. In questo senso il medico non è meno centrale di prima, ma più centrale: non perché debba opporsi al paziente informato, ma perché deve aiutarlo a trasformare l’informazione in conoscenza, e la conoscenza in decisione appropriata.

Il terzo punto, forse il più importante, riguarda l’etica dei dati e la governance dell’intelligenza artificiale.

La sanità è il luogo in cui il dato personale raggiunge il massimo grado di sensibilità, perché racconta non solo chi siamo, ma anche ciò che temiamo, ciò che abbiamo vissuto, ciò che potremmo sviluppare, ciò che riguarda il nostro corpo e la nostra vulnerabilità. Se questi dati vengono raccolti, elaborati, trasferiti o utilizzati senza una reale consapevolezza da parte dei cittadini e dei pazienti, il problema non è soltanto tecnologico, ma democratico, giuridico ed etico. Il tema non è avere macchine più potenti, ma stabilire chi controlla i dati, con quali regole, con quali finalità, con quale trasparenza e con quale responsabilità; perché una sanità aumentata dall’intelligenza artificiale può essere una straordinaria occasione di progresso, ma può anche diventare un sistema opaco nel quale il paziente cede informazioni senza comprendere davvero a chi le sta consegnando e per quale uso futuro.

Da questa discussione emerge una convinzione netta: la comunicazione medico-scientifica non diventerà meno importante nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ma più importante.

Se aumenta la quantità di informazioni disponibili, aumenta anche il bisogno di selezione; se cresce la potenza degli algoritmi, cresce anche la necessità di responsabilità; se il paziente accede a più fonti, diventa ancora più decisivo il ruolo del medico come interprete autorevole; se l’ecosistema della salute si allarga a piattaforme, associazioni, media, aziende, comunità digitali e strumenti generativi, allora la qualità della comunicazione non può più essere considerata un accessorio del marketing, ma una componente essenziale della cura.

Il Premio delle Eccellenze nasce esattamente dentro questa trasformazione: osservare, riconoscere e valorizzare la comunicazione che produce valore reale, non quella che semplicemente occupa spazio.

Per questo le nomination presentate ieri non rappresentano solo un passaggio formale verso la serata finale, ma una fotografia del modo in cui i medici percepiscono l’utilità della comunicazione scientifica. Ed è una fotografia preziosa, perché ci ricorda che la comunicazione efficace non è quella che parla di più, ma quella che aiuta a capire meglio; non è quella che moltiplica i canali, ma quella che raggiunge il professionista nel momento e nel modo in cui può davvero generare conoscenza; non è quella che sostituisce la relazione, ma quella che la rafforza.

Alla fine, il punto essenziale è forse questo: l’intelligenza artificiale ci obbliga a restare umani non come formula retorica, ma come metodo professionale. Restare umani non significa rinunciare al giudizio, alla responsabilità, alla relazione, alla capacità di ascolto, alla spiegazione, alla fiducia; significa usare la tecnologia per liberare tempo e qualità, non per cancellare il confronto; significa accettare che il futuro della sanità non sarà determinato soltanto dagli algoritmi più avanzati, ma dalla capacità di costruire un nuovo equilibrio tra dati, competenze, comunicazione e centralità del paziente.

Ed è proprio per questo che un premio dedicato all’eccellenza dell’informazione scientifica non è mai stato così attuale.

Salvatore Ruggiero,

CEO Merqurio e Autore di:

  • Rimodellare il marketing farmaceutico
  • Marketing farmaceutico - dai modelli tradizionali all’omnichannel

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