
Una disciplina frammentata che può incidere sulla giustizia
La medicina legale necroscopica in Italia resta un sistema complesso e disomogeneo, regolato da norme stratificate a livello nazionale, regionale e comunale. Un assetto che, secondo gli esperti, rischia di compromettere la qualità degli accertamenti sui defunti e, di conseguenza, anche l’attività dell’autorità giudiziaria.
L’allarme arriva dal comitato scientifico Medicina Legale Pubblica (MeLP), che ha portato il tema al centro del 47° congresso nazionale della Società italiana di medicina Legale e delle assicurazioni (SIMLA), nella sessione dedicata alla medicina necroscopica del terzo millennio. Quando la visita necroscopica viene affidata a medici privi di una formazione specifica, sottolineano gli specialisti, si rischia di non cogliere segnali rilevanti: elementi che potrebbero indicare situazioni anomale o di interesse giudiziario.
Il nodo delle competenze: "Solo l’esperienza fa la differenza"
A spiegare la criticità è il professor Alessandro Dell’Erba, che parla a nome del Comitato MeLP:
"La medicina necroscopica è un sistema antico, regolato da norme stratificate e non uniforme. Il nostro obiettivo è mettere ordine, confermando le difformità territoriali e proponendo un modello applicabile e uguale in tutta Italia". Il problema, però, non è solo normativo, ma anche professionale: "Troppo spesso le incombenze di medicina necroscopica sono delegate a colleghi che non hanno specifica preparazione", evidenzia Dell’Erba. "Questo porta non solo a disomogeneità territoriali, ma anche al mancato riscontro di situazioni di potenziale interesse per la sanità pubblica e per l’autorità giudiziaria". Un punto ribadito anche dalla dottoressa Camilla Tettamanti: "Solo chi ha esaminato molti cadaveri sa cogliere quelle peculiarità che possono far sorgere il dubbio che un decesso meriti ulteriori approfondimenti".
Più riscontri diagnostici per aumentare l’accuratezza
Tra le proposte avanzate dal comitato MeLP emerge con forza il potenziamento del riscontro diagnostico, oggi ancora poco utilizzato. "Ineludibile deve essere il potenziamento del ricorso al riscontro diagnostico, sia aziendale che territoriale", afferma Dell’Erba. "Se rafforzato, garantirebbe un’accuratezza diagnostica molto maggiore e offrirebbe maggiori tutele ai cittadini, anche in relazione a malattie professionali o correlazioni causali con eventi remoti". Un utilizzo più sistematico di questi strumenti consentirebbe anche una migliore certificazione delle cause di morte, con ricadute positive sulla programmazione sanitaria e sull’allocazione delle risorse per prevenzione e cura.
La fotografia del sistema
A confermare le criticità è la survey nazionale condotta dal MeLP, che ha coinvolto tutte le Regioni italiane. "Si è registrata una variabilità tra il setting ospedaliero e quello territoriale – spiega la dottoressa Natascha Pascale –. Nel territorio la medicina legale è più rappresentata, mentre negli ospedali le procedure risultano più strutturate". Il quadro che emerge è quello di un sistema disomogeneo, con differenze significative sia nell’organizzazione sia nelle modalità operative. Una situazione che il comitato definisce "a macchia di leopardo" e che richiede interventi strutturali.
Verso standard nazionali e buone pratiche condivise
L’obiettivo indicato dal MeLP è chiaro: costruire un modello uniforme su scala nazionale, basato su standard condivisi e su una maggiore valorizzazione dello specialista in medicina legale. "Vogliamo arrivare alla definizione di una buona pratica che possa avere cogenza paranormativa su tutto il territorio", conclude Dell’Erba. Una direzione che, secondo gli esperti, permetterebbe di trasformare la medicina necroscopica da semplice adempimento formale a strumento centrale per la tutela della salute pubblica e della giustizia.



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