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Liste d’attesa, il 41% degli italiani paga le cure nel privato. Anelli: “Il Ssn non è più il primo pensiero”

L’indagine Piepoli per Fnomceo fotografa le difficoltà di accesso alle cure: davanti alle attese il 54% sceglie di pagare, mentre il 59% ha rinunciato o rimandato prestazioni
Fnomceo

Il 41% degli italiani che nell’ultimo anno ha avuto bisogno di una prestazione sanitaria per sé o per un familiare l’ha ottenuta rivolgendosi a una struttura privata a pagamento. Il 32% è riuscito ad accedere al Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti, mentre il 27% ha ricevuto la prestazione attraverso il Ssn, ma dopo attese molto lunghe.

È la fotografia scattata dall’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per la Fnomceo sul rapporto degli italiani con le liste d’attesa e l’attività libero-professionale intramuraria.

La ricerca, condotta tra il 22 e il 26 giugno 2026 su un campione di mille cittadini maggiorenni, descrive un problema che sembra ormai andare oltre i tempi necessari per ottenere una visita o un esame: di fronte alle difficoltà di accesso al sistema pubblico, una parte consistente della domanda di salute si sta spostando verso le prestazioni a pagamento.

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Di fronte alle liste d’attesa il 54% sceglie di pagare

Il fenomeno emerge ancora più chiaramente osservando il comportamento dei cittadini quando si trovano davanti a tempi di attesa eccessivi. Il 29% sceglie una struttura privata convenzionata e il 25% una struttura privata non convenzionata. Complessivamente, dunque, il 54% paga per ottenere la prestazione, mentre soltanto il 21% continua ad aspettare all’interno del Servizio sanitario nazionale. Il 9% ricorre all’intramoenia, il 7% rinuncia alla prestazione, il 6% utilizza il pronto soccorso e il 3% si sposta in un’altra regione.

Per il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, è proprio il progressivo allontanamento dei cittadini dal servizio pubblico a rappresentare uno degli elementi più preoccupanti emersi dalla ricerca. "Il problema è che, per molti cittadini, il Servizio sanitario nazionale non rappresenta più il primo pensiero quando nasce un bisogno di salute. Chi può permetterselo si rivolge direttamente al privato. Chi non può, aspetta o rinuncia".

Quasi sei italiani su dieci hanno rimandato o rinunciato alle cure

Le conseguenze delle difficoltà di accesso alle prestazioni emergono anche dalle risposte di chi dichiara di avere rimandato o rinunciato a cure e controlli a causa dei tempi di attesa. È accaduto almeno qualche volta al 59% degli intervistati: il 36% dichiara di averlo fatto qualche volta, il 18% spesso e il 5% molto spesso. Soltanto il 21% afferma di non avere mai rinunciato o rimandato una prestazione per questa ragione.

Il fenomeno presenta inoltre differenze territoriali. Nel Sud e nelle Isole la quota di chi ha rinunciato o rimandato almeno qualche volta raggiunge il 66%, contro il 56% del Nord-Ovest, il 50% del Nord-Est e il 59% del Centro. Il giudizio sui tempi di attesa del Servizio sanitario nazionale è conseguentemente molto severo: il 68% degli intervistati assegna una valutazione negativa, mentre soltanto il 32% esprime un giudizio positivo. La percentuale scende al 24% nel Sud e nelle Isole.

Per gli italiani il problema principale è la carenza di personale

L’indagine permette anche di capire quali siano, secondo i cittadini, le ragioni delle difficoltà di accesso alle prestazioni. La carenza di medici specialisti e personale sanitario viene indicata dal 42% degli intervistati ed è considerata dal 23% la causa principale delle liste d’attesa. Seguono l’organizzazione inefficiente, indicata dal 26%, l’insufficiente crescita delle risorse rispetto all’aumento dei bisogni di salute e la carenza di risorse economiche, entrambe al 23%.

Il quadro diventa ancora più netto quando agli intervistati viene chiesto di valutare il rapporto tra finanziamento del sistema sanitario e crescita della domanda di assistenza. L’81% ritiene che le liste d’attesa dipendano dal fatto che le risorse pubbliche destinate alla sanità non siano cresciute al passo con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei bisogni di cura. Una percentuale quasi identica, l’80%, considera il rafforzamento della medicina generale e dei servizi territoriali uno strumento efficace per ridurre le attese e il ricorso al pronto soccorso.

L’intramoenia non è considerata la causa delle liste d’attesa

I risultati dell’indagine ridimensionano invece il ruolo attribuito dai cittadini all’attività libero-professionale intramuraria nella formazione delle liste d’attesa. Soltanto il 6% degli intervistati indica l’intramoenia tra le possibili cause del problema e appena il 2% la considera la causa principale.

"L’intramoenia viene spesso indicata come una delle cause delle liste d’attesa, ma i cittadini sembrano avere una percezione diversa", osserva Anelli. "La grande maggioranza individua le ragioni del problema nella carenza di personale, nell’organizzazione e nell’insufficienza delle risorse". L’81% degli intervistati conosce l’attività libero-professionale intramuraria, anche se soltanto il 47% ritiene di conoscerne bene o abbastanza il funzionamento. Il 43% dichiara inoltre di avervi fatto ricorso almeno una volta.

Anche le soluzioni indicate dagli intervistati sembrano confermare questa lettura. L’87% considera efficace per ridurre le liste d’attesa aumentare il numero di medici specialisti e di personale sanitario nel Ssn, l’84% chiede maggiori finanziamenti pubblici, mentre l’83% indica il potenziamento della sanità territoriale e maggiori controlli sul rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni. Il 65% considera utile una regolamentazione più severa dell’intramoenia, mentre soltanto il 43% ritiene efficace potenziarla.

La fiducia nei medici resta più alta di quella nelle istituzioni

Nonostante le difficoltà di accesso alle cure, il giudizio complessivo sul Servizio sanitario nazionale appare diviso quasi esattamente a metà. Il 52% degli intervistati esprime una valutazione positiva, mentre il 48% assegna al sistema un voto insufficiente. Anche in questo caso emergono differenze territoriali: il giudizio positivo raggiunge il 59% nel Nord-Est e il 57% nel Nord-Ovest, ma scende al 44% nel Sud e nelle Isole. Più netto è invece il dato sulla fiducia. Il 72% degli italiani dichiara di fidarsi dei medici di medicina generale e la stessa percentuale dei medici ospedalieri del Servizio sanitario nazionale. Seguono le strutture sanitarie private accreditate, con il 69%, e le aziende ospedaliere pubbliche, con il 63%. Ministero della Salute e Regioni si fermano entrambi al 48%. "Questo dato ci dice che, nonostante tutte le difficoltà, il rapporto tra cittadini e medici continua a rappresentare uno dei principali elementi di tenuta del sistema", sottolinea Anelli.

Per il presidente della Fnomceo, la risposta alla crisi delle liste d’attesa non può quindi limitarsi a interventi organizzativi o emergenziali. "Dobbiamo tornare a investire nel Servizio sanitario nazionale, nei suoi professionisti e nella capacità del sistema pubblico di rispondere ai bisogni delle persone. Perché quando un cittadino smette di considerare il Ssn come il luogo naturale al quale rivolgersi per essere curato, il problema non riguarda soltanto le liste d’attesa, ma la tenuta stessa del nostro modello universalistico".

Fnomceo
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