
Non un singolo tentativo da vincere o perdere, ma un progetto che si costruisce nel tempo. È questa l'immagine della procreazione medicalmente assistita (PMA) che emerge dal 42° congresso della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE), che si è tenuto a Londra. Tre filoni di ricerca, presentati nei giorni del meeting, disegnano insieme una medicina della riproduzione sempre più personalizzata: da un lato i dati che ridefiniscono le strategie cliniche coppia per coppia, dall'altro le tecnologie capaci di leggere in anticipo i segnali biologici della fertilità, dall'altro ancora l'attenzione, finora poco esplorata, verso chi abbandona il percorso prima ancora di intraprenderlo.
Il tramonto del "tutto e subito"
Per anni la fecondazione assistita è stata vissuta come una scommessa a esito immediato: un ciclo, un tentativo, un risultato. I dati presentati a Londra raccontano oggi una prospettiva diversa, che guarda all'intero percorso della coppia. «La personalizzazione del percorso non è più un'aspirazione: è una necessità supportata dai dati», ha spiegato Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia dell'Università di Valencia e fondatore di IVI. Tra le evidenze più rilevanti, uno studio multicentrico della IVIRMA Global Research Alliance su oltre 14 mila trasferimenti embrionali da ovociti donati ha mostrato che l'assenza del pattern endometriale trilaminare — a lungo considerato un requisito quasi indispensabile — non riduce le probabilità di nascita se lo spessore dell'endometrio è adeguato, un dato illustrato dal ricercatore Pietro Molinaro.
Resta invece decisivo il peso dell'età: uno studio condotto da Beatrice Crestani, ricercatrice della IVIRMA Global Research Alliance e di IVI Roma, su 2.760 trasferimenti da donazione di ovociti, ha evidenziato che il tasso di nascita per singolo trasferimento scende dal 46,2% (35-40 anni) al 31,7% oltre i 49 anni, per effetto dell'invecchiamento uterino più che ovocitario. «L'età della donna rimane un fattore di cui tenere conto per una corretta valutazione e un adeguato counseling anche nei percorsi di donazione», ha commentato Mauro Cozzolino, direttore clinico di IVI Bologna. Il congresso ha acceso i riflettori anche sull'orologio biologico maschile: la ricerca coordinata da Laura Mossetti, embriologa di IVI Roma e ricercatrice della Fondazione IVI, ha rilevato un aumento del 31% delle varianti genetiche spermatozoo-specifiche negli uomini over 45 rispetto agli under 30, non rilevabili con i comuni test sul sangue. Un invito, ha aggiunto Rossella Mazzilli, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Andrologia e Diabetologia dei centri IVI e Genera, a «superare l'idea che la fertilità sia una responsabilità quasi esclusivamente femminile».
La fertilità entra nell’era dei segnali biologici
Se la personalizzazione guarda alla coppia nel suo insieme, un secondo fronte di ricerca punta a prevedere l'esito del trattamento ancora prima che inizi. È la promessa della medicina predittiva, affiancata dall'intelligenza artificiale: strumenti capaci di leggere messaggi molecolari, dinamiche cellulari e immagini embrionali finora invisibili. «In uno scenario in cui l'infertilità riguarda una persona su sei nel mondo, la medicina predittiva, coadiuvata dall'intelligenza artificiale, potrà consentire trattamenti sempre più mirati, equi e sostenibili», ha sottolineato Laura Rienzi, professoressa associata del Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell'Università di Urbino e direttrice scientifica di IVIRMA Italia, avvertendo però che «il rischio è confondere la complessità dell'algoritmo con il progresso clinico».
Tra le piste più promettenti, uno studio dell'Università di Pavia condotto con il Centro Genera di Roma ha analizzato 24 micro-RNA coinvolti nel dialogo tra ovocita e cellule del cumulo, aprendo la strada a un'analisi non invasiva della competenza ovocitaria. Un'altra ricerca, condotta presso le cliniche scandinave Livio (IVIRMA Global Research Alliance) con il gruppo IVIRMA Italia, ha rivalutato gli embrioni 1PN, per decenni scartati perché "atipici": se raggiungono lo stadio di blastocisti possono offrire chance cliniche comparabili a quelle degli embrioni convenzionali, aumentando fino al 23% le probabilità di successo nei casi in cui non restano altre opzioni. Infine, un'intelligenza artificiale "spiegabile", sviluppata da IVIRMA Italia e Centro Genera con l'Università di Pavia su oltre 3 milioni di immagini embrionali, è in grado di stimare già nelle prime 24 ore dopo la fecondazione le probabilità che l'embrione si sviluppi correttamente. «Oggi siamo in grado di raccogliere enormi quantità di dati clinici, genetici e di laboratorio e l'intelligenza artificiale ci permetterà sempre più di integrarli», ha spiegato Danilo Cimadomo, professore associato dell'Università di Pavia e collaboratore scientifico di IVIRMA Italia, precisando che «l'algoritmo non sostituirà mai il ruolo clinico e l'empatia umana del medico».
Una coppia su quattro si ferma prima ancora di cominciare
Il terzo tassello emerso da Londra riguarda un fenomeno finora poco misurato: quello delle coppie che non arrivano nemmeno al primo ciclo di trattamento. Una revisione sistematica coordinata da Federica Battista, ginecologa del Centro Genera di Roma e specializzanda dell'Università di Pavia, che ha analizzato 55 studi pubblicati tra il 1984 e il 2025, ha introdotto il concetto di non-conversion rate: il 23% dei pazienti nel settore privato e il 12% nel pubblico non avvia mai il trattamento dopo la prima consulenza, per ragioni cliniche, economiche, organizzative e soprattutto psicologiche.
«Il successo della PMA non può essere letto solo come esito del singolo ciclo — spiega Alberto Vaiarelli, coordinatore medico-scientifico del Centro Genera Roma e co-coordinatore del Master in Biologia e Biotecnologia della Riproduzione dell'Università di Pavia —. Dobbiamo considerare il percorso nel suo insieme: quante coppie arrivano davvero al trattamento, quante riescono a proseguire dopo un insuccesso, quanti ovociti abbiamo a disposizione e quale potenziale biologico hanno». Un secondo studio, guidato da Erika Pittana, ginecologa del Centro Genera di Roma, ricercatrice della IVIRMA Global Research Alliance e dottoranda presso l'Università di Roma Tor Vergata, su 6.507 coppie seguite fino a sei cicli in tre anni, ha calcolato che ogni ovocita maturo recuperato in più aumenta del 5,4% la probabilità di almeno un nato vivo. Un terzo lavoro, presentato da Pasquale Petrone, ginecologo del centro IVI Roma e ricercatore della IVIRMA Global Research Alliance, su 5.793 coppie e oltre 37 mila ovociti, ha stimato al 7,7% la probabilità media che un singolo ovocita porti a una nascita, con una riduzione dello 0,9% per ogni anno di età materna in più e del 2% in presenza di un severo fattore maschile.
Verso una medicina che non lascia sole le coppie
Le tre direttrici emerse dal congresso — personalizzazione clinica, predittività biologica e contrasto all'abbandono terapeutico — convergono su un unico obiettivo: accompagnare le persone lungo tutto il percorso riproduttivo, non solo nel singolo tentativo. «Parlare di PMA oggi significa uscire dalla logica del "dentro o fuori" al primo tentativo — conclude Vaiarelli —. Ogni coppia ha una storia clinica diversa, una diversa riserva ovarica, un diverso potenziale biologico e anche una diversa capacità di sostenere il percorso». Una medicina della riproduzione che, come sintetizzato al congresso, deve diventare «sempre più predittiva e personalizzata, ma anche capace di accompagnare le persone nel tempo».




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