
Lo studio
I ricercatori di Sapienza Università di Roma, Università di Verona e Università della Campania Luigi Vanvitelli hanno analizzato il sangue di 61 persone sottoposte a una coronarografia, utile per esplorare lo stato delle arterie del cuore in caso di sospetto infarto. Il risultato ha sorpreso anche gli esperti: tra chi aveva avuto un attacco cardiaco, oltre 8 pazienti su 10 (l’84,2%) avevano microplastiche nel sangue prelevato dalle arterie coronariche o da altri vasi sanguigni. La plastica più trovata è stata il polietilene, quella comunemente usata per imballaggi, bottiglie e prodotti di uso quotidiano.
Particelle ovunque, anche dove non le vediamo
A raccontare la genesi della scoperta è Pasquale Paolisso, ricercatore dell'Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma e primo firmatario dello studio: «le micro e nanoplastiche sono minuscole particelle di plastica che si trovano praticamente ovunque nell’ambiente, compresa l'aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e molti alimenti che consumiamo». Lo specialista spiega che si tratta di un campo di studio ancora giovane, solo «negli ultimi anni gli scienziati hanno iniziato a rilevare queste particelle nei tessuti e negli organi umani, sollevando preoccupazioni circa i loro potenziali effetti sulla salute».
Il ruolo di sigarette e aria inquinata
Lo studio ha individuato anche due condizioni che sembrano favorire l’accumulo di microplastiche nel sangue: il fumo e l’inquinamento atmosferico. Chi fuma, in particolare, ha una probabilità sei volte più alta di avere queste sostanze in circolo. A spiegare la probabile motivazione è Emanuele Barbato, ordinario dell'Università Sapienza di Roma e direttore dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Universitario Sant'Andrea di Roma: il fumo potrebbe «facilitare l’ingresso di micro e nanoplastiche nel flusso sanguigno attraverso i polmoni», con l'aria inquinata capace di agire in modo simile. Barbato invita comunque alla prudenza nell’interpretare i dati perché «questi risultati non dimostrano che le microplastiche causino attacchi cardiaci, ma rivelano una forte associazione tra esposizione ambientale, microplastiche nel sangue e malattie cardiovascolari».
Un rischio da aggiungere alla lista già nota
Tra gli autori dello studio c’è anche Giuseppe Paolisso, professore ordinario all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, secondo cui è ormai il momento di considerare l'inquinamento ambientale e l'esposizione a sostanze come le microplastiche come fattori di rischio cardiovascolare a tutti gli effetti, proprio come il colesterolo alto, il fumo o il diabete. «Lo studio costituisce un passaggio culturale importante e mostra che le microplastiche rappresentino un fattore di rischio cardiovascolare che si aggiunge a quelli noti», spiega Paolisso all’Ansa. Il tema, aggiunge, si inserisce in una visione più ampia della salute legata al concetto di esposoma: «Da tempo si è fatta strada l’idea che la salute vada messa in relazione con il cosiddetto esposoma, cioè tutte le forme di esposizioni - ambientali, chimiche, fisiche - che una persona subisce».
Piccoli gesti, grande differenza
La buona notizia è che qualcosa si può fare. Per Giuseppe Paolisso, anche se l’esposizione ambientale non è del tutto evitabile, esistono margini concreti di prevenzione: «è difficile, ma si può stare attenti. Innanzitutto, si può evitare di fumare. Poi, laddove possibile, si può preferire il vetro ai contenitori di plastica». Un altro consiglio pratico riguarda l’uso quotidiano della plastica: meglio non esporla a luce e calore, condizioni che favoriscono il rilascio di microplastiche, ad esempio evitando di lasciare bottiglie o contenitori in auto sotto il sole o di riscaldare cibi in recipienti non adatti. «È un rischio che non si può eliminare del tutto, ma si può contenere in maniera importante».




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