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Arte su prescrizione, cosa può cambiare per medici e Servizio sanitario

Il Protocollo Salute-Cultura apre alla prescrizione sociale anche in Italia. Dalle esperienze locali alle evidenze, resta da definire come integrarla nell'assistenza
Salute

Una visita al museo indicata dal medico, uno spettacolo teatrale suggerito dal pediatra, attività culturali inserite nei percorsi per persone con malattie neurodegenerative. La cosiddetta prescrizione dell'arte sta entrando anche nelle politiche sanitarie italiane. Non come alternativa a farmaci e terapie, ma come possibile componente della prevenzione e della presa in carico, soprattutto quando sulla salute incidono isolamento sociale, fragilità e cronicità.

Dopo il via libera della Conferenza Stato-Regioni del 5 febbraio, il 29 aprile i ministri della Salute Orazio Schillaci e della Cultura Alessandro Giuli hanno firmato il Protocollo d'intesa che punta a rafforzare il rapporto tra cultura e salute. La questione ora è capire come tradurre questo indirizzo in interventi organizzati e valutabili.

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Prescrizione dell'arte, non una terapia sostitutiva

La formula "arte su prescrizione" rischia di semplificare un modello più complesso. Il riferimento è alla social prescribing, attraverso la quale il professionista sanitario può indirizzare la persona verso attività e risorse della comunità capaci di intervenire su determinanti non strettamente clinici della salute.

L'esperienza più strutturata è quella del Regno Unito, dove il National Health Service ha sviluppato percorsi che collegano l'assistenza sanitaria ad attività fisica, gruppi contro la solitudine, volontariato e iniziative artistiche e culturali. Il principio è che una parte dei bisogni portati all'attenzione dei servizi non trovi necessariamente una risposta esclusivamente sanitaria.

Sul rapporto tra arti e salute esiste ormai anche una consistente letteratura scientifica. Nel 2019 l'Organizzazione mondiale della sanità ha esaminato oltre 900 pubblicazioni relative al possibile contributo delle arti alla prevenzione, alla promozione della salute e alla gestione di alcune condizioni. Gli ambiti studiati comprendono salute mentale, demenze, Parkinson, fragilità, disabilità e isolamento sociale.

Le evidenze hanno solidità differente e non permettono di attribuire genericamente all'arte un'efficacia terapeutica. Indicano però aree nelle quali interventi strutturati possono contribuire al benessere e alla qualità della vita come complemento alla presa in carico sanitaria.

Dalle esperienze locali a un modello nazionale

L'Italia non parte da zero. In Piemonte l'Asl TO3 ha avviato "Museo Benessere", che coinvolge la Reggia di Venaria e il Castello di Rivoli e consente ai medici di medicina generale di indirizzare i pazienti verso attività artistiche. In Toscana sono attivi programmi rivolti alle persone con Alzheimer e ai caregiver, mentre altre esperienze hanno coinvolto pediatri, famiglie e teatro.

Sono però iniziative territoriali molto differenti per organizzazione, destinatari e modalità di accesso. Il Protocollo prevede anche un Tavolo tecnico chiamato a censire le esperienze esistenti: un primo passaggio per capire quali possano essere consolidate e replicate.

Quale ruolo per medici di famiglia e pediatri

Se la prescrizione dell'arte dovesse entrare stabilmente nei percorsi assistenziali, sarà necessario definire il ruolo dei professionisti sanitari. Non basta prevedere che il medico possa consigliare un'attività culturale: occorre individuare i pazienti ai quali proporla, conoscere le opportunità disponibili e costruire un sistema che renda effettiva l'indicazione.

Nel modello britannico questa funzione è svolta anche dai link worker, figure che collegano l'assistenza sanitaria alle risorse della comunità. Senza un'organizzazione analoga, il rischio è attribuire a medici di medicina generale e pediatri un compito ulteriore senza fornire gli strumenti necessari per svolgerlo.

C'è poi un problema di appropriatezza. Non tutte le attività possono essere proposte indistintamente e una buona esperienza locale non diventa automaticamente un intervento sanitario. Servono criteri per definire destinatari, obiettivi, durata dei programmi e modalità di valutazione.

La prova sarà nei risultati

Resta anche la forte disomogeneità territoriale. Prescrivere un'attività culturale è possibile dove esistono strutture accessibili, programmi continuativi e operatori formati. Lo è molto meno nei territori nei quali questa offerta è debole. Finanziamenti, formazione e raccordo con i servizi sanitari saranno quindi determinanti per evitare che la prescrizione sociale aggiunga nuove differenze a quelle già presenti nell'accesso all'assistenza.

Soprattutto, gli interventi dovranno essere valutati attraverso risultati misurabili. Qualità della vita, isolamento sociale, benessere psicologico e autonomia sono alcuni degli esiti possibili. Per il Servizio sanitario sarà importante capire anche se e in quali gruppi questi programmi possano incidere sull'utilizzo delle prestazioni e sulla domanda assistenziale.

La firma del Protocollo Salute-Cultura rappresenta quindi un punto di partenza. Perché la prescrizione dell'arte trovi uno spazio nelle politiche sanitarie occorre passare dalle singole esperienze a modelli valutabili e replicabili, definendo destinatari, responsabilità, risorse e integrazione con l'assistenza territoriale. Solo allora sarà possibile capire quanto la cultura possa effettivamente contribuire alla prevenzione e alla presa in carico.

Salute
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