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Alzheimer, uno spray nasale porta segnali protettivi direttamente al cervello

Le nanovescicole derivate dalla membrana amniotica hanno ridotto la neuroinfiammazione e salvaguardato le funzioni cognitive nei modelli sperimentali. I ricercatori: «risultati promettenti, ma servono ulteriori conferme nell’uomo»
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Malattie neurodegenerative

Raggiungere il cervello attraverso il naso per proteggere i neuroni e contrastare il declino della memoria. È la prospettiva aperta da uno spray nasale contro l’Alzheimer a base di minuscole vescicole prodotte naturalmente dalle cellule della membrana amniotica. Nei modelli sperimentali, il trattamento è arrivato fino all’ippocampo, ha modificato l’ambiente infiammatorio cerebrale e ha preservato alcune capacità cognitive. I risultati sono incoraggianti, ma gli studiosi precisano che non si tratta ancora di una cura utilizzabile nei pazienti.

La possibile strategia neuroprotettiva

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Lo studio preclinico è stato realizzato da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e del Centro di ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza. E il lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica Translational Neurodegeneration. Al centro della ricerca ci sono le vescicole extracellulari, particelle microscopiche rilasciate dalle cellule e capaci di trasportare molecole e segnali biologici. In questo caso sono state ottenute da cellule stromali mesenchimali della membrana amniotica e impiegate come veicolo di fattori con possibili proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive. Somministrate per via intranasale, le nanovescicole hanno raggiunto l’ippocampo, area cerebrale essenziale per la formazione e il recupero dei ricordi e particolarmente vulnerabile nella malattia di Alzheimer. Una volta arrivate a destinazione, sono state incorporate sia dai neuroni sia dalla microglia, l’insieme di cellule che contribuisce alla sorveglianza e alla difesa del sistema nervoso centrale.

L’approccio che modula l’infiammazione senza indebolire le difese

Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’azione sulla neuroinfiammazione, considerata un elemento importante nella comparsa e nella progressione della neurodegenerazione. Secondo i risultati, le vescicole non si limitano a bloccare la risposta immunitaria, ma intervengono sull’ambiente in cui vivono i neuroni. «Il trattamento non "spegne" semplicemente la risposta immunitaria. Rimodella piuttosto il microambiente infiammatorio», modificando lo stato funzionale e la morfologia della microglia e creando condizioni più favorevoli al mantenimento dell’integrità e dell’attività neuronale, spiegano i ricercatori.

L’effetto ha interessato anche le sinapsi, cioè le connessioni attraverso cui le informazioni passano da una cellula nervosa all’altra. Nell’ippocampo degli animali trattati e nei neuroni umani studiati in laboratorio sono aumentati i livelli di alcune proteine legate alla plasticità neuronale, all’efficienza della trasmissione sinaptica e ai processi della memoria.

Memoria preservata nei test sperimentali

Nei modelli animali, le modificazioni cellulari e molecolari sono state associate a un miglioramento delle prestazioni in test dedicati alla memoria di riconoscimento, alla memoria spaziale e alla memoria di lavoro. Le vescicole extracellulari hanno mostrato la capacità sia di prevenire la comparsa dei deficit sia di contrastare il declino cognitivo quando era già presente. Indicazioni positive sono emerse anche negli esperimenti condotti su neuroni umani in provetta. Questi risultati ampliano l’interesse della ricerca, ma non consentono ancora di stabilire se il trattamento possa produrre gli stessi effetti nell’organismo umano. Il passaggio dagli studi cellulari e animali alla sperimentazione clinica richiederà infatti ulteriori verifiche su sicurezza, dosaggio ed efficacia.

Una ricerca che guarda oltre beta-amiloide e tau

Per Salvatore Fusco, professore associato di Fisiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinatore degli studi sui meccanismi cellulari e molecolari delle vescicole extracellulari nel sistema nervoso centrale, i dati suggeriscono di ampliare gli obiettivi della ricerca terapeutica. «Lo studio indica la necessità di orientare la ricerca sulle terapie per l’Alzheimer concentrandosi non soltanto sul contrasto all’accumulo di composti tossici come beta-amiloide e tau, ma prestando attenzione anche all’ambiente cellulare in cui vivono i neuroni e ai segnali molecolari scambiati dalle cellule, capaci di influenzare il funzionamento delle sinapsi», afferma il ricercatore. Il lavoro nasce dall’integrazione delle competenze del gruppo guidato da Ornella Parolini,, professoressa ordinaria di Biologia applicata all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttrice scientifica dell’IRCCS Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, con quelle del gruppo coordinato da Claudio Grassi, professore ordinario di Fisiologia e direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. I primi autori dello studio sono Andrea Papait, ricercatore in Biologia cellulare e applicata, e Francesca Natale, ricercatrice in Fisiologia.

Nessuna cura disponibile, ma una nuova direzione di studio

Gli autori invitano a non trasformare risultati sperimentali promettenti in aspettative premature. Lo spray, infatti, non è una terapia disponibile per le persone con Alzheimer e non è stato ancora sperimentato clinicamente nei pazienti. «Si tratta di risultati preclinici», sottolinea Claudio Grassi. La ricerca indica tuttavia una direzione promettente: comprendere se i meccanismi attraverso cui la placenta regola naturalmente l’infiammazione e protegge i tessuti possano offrire nuovi strumenti contro le malattie neurodegenerative. La prospettiva è quella di affiancare alle strategie rivolte ai tradizionali bersagli dell’Alzheimer nuovi interventi capaci di proteggere il contesto biologico nel quale operano i neuroni. Prima di poter parlare di applicazione terapeutica saranno però indispensabili studi clinici nell’uomo.

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