
Centoventi anni dopo la prima descrizione della malattia di Alzheimer, la ricerca è davanti a un nuovo passaggio decisivo. Non si tratta più soltanto di individuare i processi biologici presenti nel cervello, ma di capire quali persone svilupperanno realmente una forma clinica di demenza, quando accadrà e con quale velocità. Una distinzione essenziale, perché le alterazioni associate alla patologia possono comparire molto prima dei sintomi e non conducono necessariamente alla perdita dell’autonomia. «Siamo entrati in una fase nuova ma è fondamentale non creare false illusioni – spiega Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele di Roma –. Sul fronte diagnostico, i biomarcatori nel sangue si stanno rapidamente avvicinando alla pratica clinica quotidiana e possono rendere l’indagine della patologia biologica molto più accessibile rispetto al passato. Ma un biomarcatore positivo, da solo, non significa necessariamente che quella persona svilupperà una demenza e non consente ancora una prognosi individuale accurata».
Un prelievo può rivelare la biologia della malattia
Tra gli strumenti più studiati figurano i biomarcatori plasmatici, rilevabili attraverso un prelievo di sangue. L’attenzione si concentra in particolare sulla p-tau217, una proteina associata ai processi patologici dell’Alzheimer. Gli studi pubblicati nel 2026, secondo la scheda dell’IRCCS San Raffaele, hanno fornito risultati promettenti sulla possibilità di riconoscere le alterazioni biologiche prima della manifestazione clinica della malattia. Il vantaggio rispetto alla PET cerebrale o all’analisi del liquido cerebrospinale mediante puntura lombare è evidente: un esame ematico è più semplice, meno invasivo, meno costoso e più facilmente ripetibile. Ma la maggiore accessibilità del test porta con sé il rischio di un’interpretazione sbagliata. «Nessuno dei biomarcatori attualmente disponibili, inclusi quelli plasmatici, è in grado di prevedere con accuratezza totale se il soggetto portatore svilupperà o meno il quadro clinico di demenza», sottolinea Rossini. Alcune persone presentano infatti alterazioni biologiche compatibili con la patologia ma, anche se osservate nel tempo, non arrivano a sviluppare una demenza clinicamente evidente.
Un biomarcatore positivo non è una diagnosi di demenza
Se riconoscere la biologia della patologia non significa poter anticipare con certezza il destino clinico di una persona, anche la presenza di un disturbo cognitivo lieve, noto anche come Mild Cognitive Impairment o MCI, non equivale automaticamente a una diagnosi di Alzheimer. Il MCI indica la presenza di difficoltà cognitive misurabili, che tuttavia non impediscono di conservare l’autonomia nelle normali attività quotidiane. Soltanto una parte delle persone con questa condizione svilupperà successivamente una demenza. La ricerca sta quindi cercando di individuare i fattori che rendono alcune persone più vulnerabili e altri cervelli maggiormente capaci di resistere. «La ragione risiede verosimilmente anche in fattori di resilienza in grado di contrastare efficacemente i fattori di rischio», osserva Rossini. Comprendere questi meccanismi protettivi potrebbe permettere di identificare con maggiore precisione chi presenta un rischio concreto di progressione e chi, invece, potrebbe mantenere a lungo un funzionamento cognitivo soddisfacente.
L’algoritmo italiano che stima il rischio
È su questa zona ancora incerta che si è concentrato INTERCEPTOR, progetto promosso e finanziato dall’Agenzia italiana del farmaco, in collegamento con il Ministero della Salute, e sviluppato attraverso una rete nazionale di centri di ricerca. Lo studio ha integrato dati clinici, neuropsicologici, genetici, neurofisiologici, di neuroimaging e biomarcatori per costruire modelli in grado di stimare il rischio di passaggio dal disturbo cognitivo lieve alla demenza. I risultati finali, pubblicati sulla rivista Alzheimer’s & Dementia, hanno portato alla messa a punto di uno strumento basato su algoritmi che, tra le persone con un lieve declino cognitivo già in corso, punta a prevedere chi svilupperà una demenza, in particolare di tipo Alzheimer, entro tre anni. Il progetto, nato nel 2016 e coordinato da Rossini ha coinvolto centinaia di ricercatori italiani, con il contributo dell’Istituto superiore di sanità, del Policlinico Gemelli, dell’Istituto Besta, del San Raffaele di Milano e del Fatebenefratelli di Brescia. «Lo studio ha integrato informazioni cliniche, neuropsicologiche, genetiche, neurofisiologiche, di neuroimaging e biomarcatori con l’obiettivo di costruire modelli capaci di stimare il rischio di progressione dal Disturbo Cognitivo Lieve alla demenza», chiarisce il neurologo.
Le nuove terapie
Anche il panorama terapeutico sta cambiando. Lecanemab e donanemab appartengono a una nuova generazione di anticorpi monoclonali diretti contro la beta-amiloide, una delle proteine che si accumulano nel cervello delle persone con Alzheimer e partecipano ai processi di neurodegenerazione. «Per la prima volta disponiamo di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della malattia e non soltanto sui suoi sintomi. È un vero cambio di paradigma rispetto agli ultimi decenni», afferma Rossini.
Parlare di cura, tuttavia, sarebbe scorretto. I benefici clinici osservati sono ancora relativamente contenuti, i trattamenti non sono adatti indistintamente a tutti i pazienti e richiedono un’attenta selezione e un monitoraggio accurato. Tra gli aspetti da controllare vi sono le possibili anomalie di imaging correlate all’amiloide, indicate con la sigla ARIA. L’arrivo di terapie più mirate rende quindi ancora più urgente distinguere chi presenta effettivamente la patologia biologica, chi corre il rischio maggiore di peggiorare e chi potrebbe ottenere un beneficio da uno specifico trattamento.
Quando i vuoti di memoria richiedono una valutazione
Dimenticare occasionalmente un nome o un appuntamento non significa essere all’inizio della malattia. Episodi isolati possono verificarsi anche durante il normale invecchiamento. A richiedere attenzione sono soprattutto la frequenza e la progressione dei disturbi, il cambiamento rispetto alle capacità precedenti e le conseguenze sulla vita quotidiana. Tra i segnali dell’Alzheimer che possono suggerire l’opportunità di una valutazione medica rientrano:
La discriminante non è dunque la singola dimenticanza, ma il cambiamento rispetto al funzionamento precedente, soprattutto quando le difficoltà diventano frequenti, peggiorano nel tempo o iniziano a compromettere l’autonomia.
Il ruolo dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze
La diagnosi non può essere affidata a un solo esame. I Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, o CDCD, sono il riferimento specialistico per la valutazione, la diagnosi e la presa in carico delle persone con disturbi cognitivi e demenze. «La loro funzione diventa ancora più importante nell’epoca dei biomarcatori e delle terapie mirate: non si tratta semplicemente di stabilire se un test sia "positivo" o "negativo", ma di interpretare quel risultato all’interno della storia clinica e del profilo cognitivo della singola persona», evidenzia Rossini.
Valutazione neurologica, test neuropsicologici, imaging cerebrale e, quando indicato, biomarcatori e ulteriori approfondimenti devono essere letti insieme. Soltanto un esame complessivo consente di distinguere condizioni differenti, formulare la diagnosi, stimare la possibile traiettoria clinica, definire il trattamento e programmare il follow-up. «La vera rivoluzione sarà riuscire a mettere insieme questi strumenti. Oggi possiamo riconoscere sempre meglio la biologia della malattia e abbiamo iniziato ad avere terapie capaci di modificarne alcuni meccanismi. Il passo successivo è capire con maggiore precisione chi svilupperà la malattia clinica e con quale velocità. È lì che diagnosi precoce e medicina personalizzata potranno davvero incontrarsi», conclude il neurologo.
In Italia 1,43 milioni di persone convivono con una demenza
Secondo il rapporto "The Prevalence of Dementia in Europe 2025" di Alzheimer Europe, in Italia si stimano circa 1,43 milioni di persone con demenza, di cui 946 mila donne e 491 mila uomini. Nel materiale raccolto dall’IRCCS San Raffaele, circa la metà dei casi viene ricondotta alla malattia di Alzheimer. Le proiezioni riportate indicano che, entro il 2050, il numero potrebbe raggiungere 2,2 milioni di persone in Italia, con un incremento superiore al 50 per cento rispetto ai livelli attuali. In Europa si prevede invece un passaggio da 9,1 milioni a più di 14,3 milioni di persone con demenza. Numeri che fanno dell’Alzheimer e delle altre forme di demenza non soltanto una priorità neurologica, ma una delle maggiori sfide sanitarie e sociali dei prossimi decenni.




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