
Se un'azienda sanitaria decide di aumentare il numero degli incarichi dirigenziali, non può finanziare la scelta riducendo la retribuzione di posizione dei dirigenti che già lavorano nella struttura. È il principio affermato dalla Cassazione nella sentenza n. 22716/2026, che interessa direttamente medici e dirigenti sanitari del SSN.
Il caso nasce dal ricorso di due dirigenti che avevano ricevuto soltanto una parte della componente variabile della retribuzione di posizione. L'azienda sosteneva che l'aumento degli incarichi avesse fatto crescere la spesa complessiva, rendendo insufficienti le risorse disponibili. La Cassazione ha respinto questa impostazione.
Cosa significa per il dirigente
Il punto pratico è che il valore complessivo della retribuzione di posizione già riconosciuta deve essere salvaguardato. Il contratto 2016-2018 ha aumentato la componente fissa prevedendo una corrispondente riduzione di quella variabile. Questo meccanismo, però, non autorizza l'azienda a ridurre complessivamente quanto spetta al singolo professionista.
In altre parole, può cambiare la composizione della retribuzione tra parte fissa e parte variabile. Non può diminuire il suo valore complessivo soltanto perché l'azienda ha deciso di attribuire più incarichi.
La questione è rilevante soprattutto quando i fondi disponibili devono essere distribuiti tra un numero crescente di dirigenti. Secondo la Cassazione, l'insufficienza delle risorse provocata dalle scelte organizzative dell'azienda non può essere scaricata su chi è già titolare di un incarico.
Le aziende devono fare i conti prima
La conseguenza è altrettanto concreta. Prima di aumentare il numero degli incarichi, l'azienda deve verificarne la sostenibilità economica. Non può prima ampliare le posizioni e poi compensare la maggiore spesa riducendo il trattamento degli altri dirigenti.
La Cassazione ha quindi confermato la decisione favorevole alle due professioniste, riconoscendo la tutela del valore della retribuzione di posizione.
Per medici e dirigenti sanitari il messaggio della sentenza è piuttosto chiaro: una riorganizzazione interna può modificare la distribuzione degli incarichi, ma non può diventare il motivo per ridurre una retribuzione di posizione già spettante al professionista.




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