
Dietro un camice non ci sono soltanto competenze, decisioni e responsabilità. C’è anche la fatica di comunicare una diagnosi difficile, il peso della sofferenza incontrata ogni giorno e le emozioni che spesso non trovano tempo e spazio per essere elaborate. Da questo bisogno sono nati quasi cento racconti scritti da medici internisti di tutta Italia, che hanno affidato alla pagina le esperienze più intime vissute accanto ai pazienti e alle loro famiglie. Le testimonianze sono arrivate nell’ambito del contest di scrittura creativa promosso dalla Società italiana di medicina interna (SIMI) insieme alla Scuola Holden. Tre racconti saranno selezionati e premiati durante la cerimonia di apertura del 127° congresso nazionale SIMI, in programma a Rimini dal 2 al 4 ottobre 2026.
Il lato umano della professione
Secondo i dati della Federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti (Fadoi), oltre il 65% dei medici internisti ha sperimentato almeno una volta il burnout, una condizione di forte esaurimento emotivo e cognitivo che può ripercuotersi negativamente anche sulla capacità diagnostica e assistenziale. Ritmi intensi, burocrazia e carichi di lavoro si sommano al coinvolgimento umano nella relazione con i malati e i caregiver. Ogni diagnosi complessa porta con sé paura, aspettative e sofferenza. Un carico che investe il paziente, ma può incidere profondamente anche sul benessere psicofisico del medico, soprattutto quando mancano occasioni nelle quali riconoscere e affrontare ciò che si prova. «Questo progetto nasce dalla constatazione che i medici hanno un enorme bisogno di raccontare ciò che vivono ogni giorno – spiega il dottor Christian Bracco, membro del consiglio direttivo della SIMI e promotore dell’iniziativa –. Nella pratica clinica siamo messi di fronte a un’umanità fragile e spaventata. C’è poco tempo per fermarsi a elaborare le emozioni e per comunicare». Una difficoltà che può alimentare la conflittualità con pazienti e caregiver, arrivando a mettere in discussione l’efficacia della comunicazione diagnostica e l’aderenza alle terapie. «La scrittura diventa uno strumento di decodificazione delle emozioni e di riappacificazione con le stesse. L’adesione al contest, decisamente sopra ogni aspettativa, ci ha confermato che avevamo intercettato un’esigenza reale» aggiunge Bracco.
Il bisogno di raccontarsi
La risposta dei professionisti è stata ampia: alla giuria sono arrivati quasi cento manoscritti, testimonianza della necessità di aprire nella medicina nuovi spazi di espressione e condivisione. I testi raccontano gli aspetti più personali della professione, il rapporto non sempre semplice con le famiglie, il senso di impotenza davanti alle diagnosi più gravi, ma anche la soddisfazione di poter restituire a una persona una migliore qualità di vita. Il filo conduttore individuato dalla giuria è l’attenzione alla dimensione umana del paziente e all’etica della buona cura. Pur nella varietà degli stili e dei temi, numerosi elaborati mostrano come dietro il professionista chiamato a decidere ci sia una persona che può sentirsi coinvolta, messa alla prova e profondamente toccata dalle storie incontrate in corsia.
«La medicina interna è la disciplina della complessità, perché coniuga rigore scientifico, ascolto e visione della persona, concepita nella sua interezza. Per questo promuoviamo iniziative che consentano ai medici di coltivare non solo la formazione clinica e scientifica, ma anche quella umana», sottolinea il professor Nicola Montano, presidente della Società italiana di medicina interna. Il bisogno di raccontare riguarda tanto le fatiche quanto le gioie, i successi e le sconfitte. Esperienze che, prosegue Montano, «meritano di essere condivise perché aiutano a costruire una medicina più consapevole e capace di intercettare i bisogni dei pazienti e di chi se ne prende cura».
Dal fine vita ai medici diventati pazienti
Nei manoscritti sono affrontati temi dolorosi come il fine vita, le malattie avanzate e l’impotenza davanti a situazioni che la medicina non riesce a risolvere. Accanto a questi trovano spazio racconti gioiosi, divertenti o fantasiosi, capaci di restituire la varietà emotiva della vita ospedaliera. Alcune storie descrivono un’esperienza ancora diversa: quella degli operatori sanitari che si sono ritrovati improvvisamente dall’altra parte, nel ruolo di pazienti. Un’inversione di prospettiva che ha permesso loro di osservare l’ospedale, le relazioni di cura e la stessa professione medica con occhi nuovi.
La valutazione
Nella valutazione dei testi, la giuria ha distinto la forza umana degli episodi narrati dalla loro capacità di trasformarsi in autentici racconti. Molti elaborati partivano da vicende particolarmente intense, ma tendevano a diventare riflessioni generali sulla professione. A fare la differenza sono state la concretezza, l’originalità, la capacità di mostrare una scena e la possibilità di sviluppare le potenzialità del testo attraverso l’editing. La giuria comprende i medici SIMI Giada Di Betto e Alessandro Gringeri, insieme ad alcuni rappresentanti della Scuola Holden. Ne fanno parte anche le studentesse Lisa Faggian, Sofia Sansone, Agnese Masento, coinvolte nella selezione dei vincitori e nel lavoro editoriale sui racconti, con l’obiettivo di valorizzarne le potenzialità senza alterare la voce personale dei medici-autori.
Il potere delle parole
«Noi di Scuola Holden crediamo da sempre nel potere trasformativo della narrazione – afferma Martino Gozzi, direttore didattico della Scuola Holden –. Con questo progetto ci siamo spinti più in là, mostrando come la scrittura possa avere anche un ruolo curativo. La parola è, di fatto, il primo farmaco che abbiamo a disposizione e le storie ci possono aiutare a tenere vivo il tessuto narrativo di un’esistenza». Durante l’apertura del congresso, i tre elaborati selezionati saranno letti a due voci: quella del medico che li ha scritti e quella della persona che ne ha curato l’editing. L’auspicio è che quelle storie possano raggiungere anche un pubblico più ampio. «Ci piacerebbe che questi racconti non rimanessero all’interno dei confini del congresso, ma venissero messi a disposizione di chiunque desideri leggerli – conclude Bracco –. Sono anche un modo per restituire all’esterno un’immagine più umana della professione e degli uomini e delle donne che la esercitano ogni giorno con impegno, fatica e dedizione».




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