
C'è un dato che racconta molto più dei 138 mila post dedicati alla salute mentale comparsi sui social nei primi sei mesi del 2026. Nei principali telegiornali italiani soltanto l'1,8% delle notizie ha affrontato il tema e, in sette casi su dieci, lo ha fatto all'interno di vicende legate all'ordine pubblico e alla sicurezza.
È probabilmente qui che si misura quanto sia ancora difficile parlare correttamente di disturbi mentali. Non soltanto perché se ne parla poco. Ma perché troppo spesso se ne parla quando succede qualcosa: un'aggressione, un delitto, un comportamento incomprensibile, un fatto che ha bisogno di una spiegazione. E la malattia mentale rischia di diventare quella spiegazione.
I dati arrivano dall'indagine "Media, linguaggio e salute mentale", realizzata dall'Osservatorio di Pavia con l'Associazione Civita e destinata a essere presentata durante Ro.Mens, il festival organizzato dal Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2.
Il grande contenitore del "disagio psichico"
Il problema comincia spesso dalle parole. Disturbi molto diversi per caratteristiche cliniche, decorso e implicazioni vengono ricondotti a un indistinto universo della "salute mentale", nel quale possono finire depressione e schizofrenia, disturbi d'ansia e psicosi, dipendenze, disturbi di personalità e condizioni di neurodivergenza.
La semplificazione può essere inevitabile quando si racconta una notizia in pochi minuti. Diventa però problematica quando la diagnosi, vera o presunta, viene utilizzata per rendere intelligibile un comportamento violento.
La domanda "aveva problemi psichiatrici?" arriva allora molto prima di domande altrettanto importanti: quale disturbo? Con quale diagnosi? Era in cura? Esistevano precedenti di violenza? C'era abuso di alcol o sostanze? E soprattutto: esiste un elemento che permetta davvero di stabilire un rapporto tra quella condizione e ciò che è accaduto?
Non sono precisazioni per specialisti. Sono la differenza tra informare e costruire uno stereotipo.
Malattia mentale non significa automaticamente pericolosità
La relazione tra disturbo mentale e violenza esiste in alcune condizioni e non va negata. Ma è molto più complessa dell'associazione che può emergere dalla cronaca.
La letteratura mostra che la grande maggioranza delle persone con un disturbo mentale non è violenta. Anche nelle psicosi, dove alcuni studi rilevano un aumento del rischio rispetto alla popolazione generale, entrano in gioco fattori molto più specifici. Precedenti comportamenti violenti, abuso di sostanze e altre condizioni individuali modificano profondamente il rischio. Trasformare quindi la diagnosi in sinonimo di pericolosità non semplifica soltanto una realtà clinica complessa. La deforma.
L'Organizzazione mondiale della sanità richiama da tempo proprio questo problema: la rappresentazione delle persone con disturbi mentali come intrinsecamente pericolose alimenta stigma e discriminazione. E lo stigma ha conseguenze concrete, perché può rendere più difficile chiedere aiuto, continuare un trattamento, lavorare e mantenere relazioni sociali.
Quando il professionista resta fuori dal racconto
L'altro numero significativo dell'indagine riguarda le fonti. Soltanto il 12,6% dei servizi televisivi analizzati contiene interviste a professionisti sanitari.
È un dato che aiuta a spiegare il cortocircuito. La salute mentale compare soprattutto quando diventa cronaca, ma proprio in quel momento raramente viene fornita al pubblico una chiave clinica capace di distinguere diagnosi, sintomi, fattori di rischio e comportamenti.
Nel frattempo sui social accade quasi l'opposto. Nei primi sei mesi dell'anno sono stati pubblicati oltre 138 mila post pertinenti. La parola "ansia" compare 37 mila volte, tredici volte più di "depressione". Il racconto diventa personale, quotidiano, talvolta persino ipertrofico.
Anche qui esiste un rischio. Al vuoto dell'informazione specialistica possono sostituirsi autodiagnosi, diagnosi a distanza, semplificazioni e pratiche prive di basi scientifiche.
Da una parte, quindi, il disturbo mentale raccontato attraverso il fatto di cronaca. Dall'altra una proliferazione di contenuti nei quali il linguaggio clinico può essere diluito fino a perdere significato.
Parlare di salute mentale prima che diventi cronaca
Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2, e Paola Barretta, coordinatrice del gruppo di ricerca dell'Osservatorio di Pavia, pongono una questione che riguarda direttamente anche chi fa informazione: "Non possiamo affidare agli algoritmi e all'iniziativa dei singoli il racconto della salute mentale".
È probabilmente questo il punto. La salute mentale dovrebbe diventare una notizia anche quando non c'è un fatto di sangue da raccontare.
Significa parlare di prevenzione, servizi territoriali, accesso alle cure, diagnosi, terapie, guarigione e convivenza con la malattia. E significa chiamare i disturbi con il loro nome quando quel nome è conosciuto, evitando di trasformare genericamente la "malattia mentale" nella spiegazione retrospettiva di comportamenti che possono avere cause molto diverse.
Perché il linguaggio non è un dettaglio. Se il pubblico incontra la psichiatria soprattutto nelle pagine della cronaca nera, il rischio è che continui a conoscere il malato prima come possibile pericolo e soltanto dopo come persona che può avere bisogno di cura. E non per caso, allora, l’anonimato garantito dai social diviene terreno di ricerca di informazioni. Con tutti i rischi collegati alla mancata verifica di attendibilità di molte, troppe pagine web. O social.




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